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Umpf okok, lo faccio

Non è successo nulla a parte tutto. Ci ho messo circa uhm un mese a telefonare a chi dovere e dire HEY! Mi serve andare Mi.

Le faremo sapere, risposto fu.

In realtà verrà offerto qualcosa, che io credo accetterò a prescindere, l’unica differenza è che posso esserne contento o meno. E se meno non so, poi tocca inventarsi cose.

Qui ci sono i thecomunisti che cantano Completamente.

Intanto penso penso penso, non ho ancora detto qui che andrei via. Finché non lo dici non accade. Dire è fare (è baciare è lettera è ccetera).

Da una superficiale prima rassegna sulla stanzistica a Mi, provincia di Mi, le stanze costano un botto, ma tale era il botto che mi aspettavo che costano persino un filo meno di quel botto. Poi delle zone non ci capisco un cazzo, per cui fo una gran fatica. Ci fosse una roba per cui non fo una gran fatica. Oggi ho di nuovo sbagliato sala al cinema. In effetti, queste cose a chi non va al cinema da solo non accadono. Il resto esiste a malapena.

Ieri sono andato a sentire Bello Figo, e ora mi sento parte dell’avanguardia culturale del paese. Trovo adorabile che ci sia qualcuno, a destra e manca, che riesca a prenderlo sul serio, quindi non stupisce che esistano le guerre.

Intanto c’è troppa gente che va ai concerti, non si fa in tempo ad adocchiarne uno che zap è esaurito. Ma rio banale -_- per non dire dei miei fallimentari tentativi di sentire i nuovi Baustelle in qualche Feltrinelli, oh, li odia chiunque, e invece c’erano le code chilometriche. Una volta ero nell’antisala dell’antisala della sala. Aridatece la televisione, fuck.

Ho sempre fatto, perché sono infinitamente abitudinario, molta fatica a perdere, anzi no, ad abbandonare la forma dei luoghi dove ho vissuto, mi sembra che tutto non possa essere diverso da quel che è qui e ora. Per cui non riesco a immaginarmi. Però non son preoccupato, mentre forse dovrei, solo dispiaciuto, e rinfrancato, lo vedo come un momento in cui finalmente potrò dormire come ogni grande religione monoteista che si rispetti comanda.

Ho comprato tutto per lo sci. Solo che non ho le ferie per lo sci. Per cui inzomma. Ho tenuto gli scaponi nuovi al centro della stanza per una settimana. Oggi li ho spostati, ma forse avrei potuto lasciarli lì e passarci l’aspirapolvere intorno. That’d be fun.

Programmo di fare un giro di consulti nei prossimi giorni, e poi occorrerà fare sul serio. E la sola idea quella sì, manco a dirlo, mi terrorizza. Ma insomma. A buttare soldi capaci tutti, per cui maybe persino io.

Perfetti sconosciuti

Tre coppie + una candela, che è Battiston, e a me in un film frtancamente basta che ci sia Battiston; a Roma? A cena a casa di una delle tre. I più si conoscono da sempre, c’è di luna un’eclissi mano a mano più totale e il gioco consiste nell’appoggiare tutti il cell sul tavolo e leggere ogni tex/mex (vorrei delle enchiladas grazie) di qualsiasi app, rispondere in viva voce a qualsiasi chiamata. Va da sé, non l’avessero mai fatto, ne arrivano di ogni, quasi tutti tradiscono tutti, gente che fornica, i cani, le cavallette, uno ne tradisce addirittura due contemporaneamente, quello è frocio, guerra di corna, esasperazione, fino al rewind finale, quando tutti ormai esplosi erano. Cinema da camera – da salotto – con raccolta di tipi umani, variegati e simpa, a chiunque modo di identificarsi. Perché il tema è che loro siamo noi, e abbiamo cellulari in cui c’è una vita, la nostra, nascosta ma a rischio, e se ne perdiamo il controllo BAM, moriamo. In senso lato. Fin troppo mi sembra sottolineata la colpa del cell (o della tecnologia), quando invece non è che una nuova interfaccia su cui agire/compiere/visualizzare corna varie e sentimenti che in realtà sempre ci son stati. O io cazz o ne so, prima non c’ero e potrei benissimo mettere il mio cell sul tavolo. Il che ora che ci penso mi rende assai triste. Però il problema è postmoderno e vero, tutta sta cazzo di gente che mette il cell sul tavolo non è fastidiosa? No al ristorante, dico 😀 è vero e affrontato da una sceneggiatura elaborata (si son messi in 18, tipo quelli di Boris), brava nello svicolare dai percorsi ciechi e nell’alternare personaggi e situazioni, cinismi e comicità, in continuazione, sostenuta da una buona rappresentanza dei meglio attori della generazione italiana matura oggidì. Al di là dell’artificio usato per chiudere, c’è la morale deprimente, e molto italica? del siamo tutti così, pronti a mentire sì per proteggerci, e fin qui ok ci può stare, ma proteggerci dalle nostre – nostre? vostre! – (sentimentali) malefatte, di cui sembra che proprio non si riesca a fare a meno. Va da sé che la meglio figura chi la fa? Il gay. Boh, te l’avevo detto all’inizio.

Land of mine

Siamo in Germania. Ah no non siamo in Germania (je piacerebbe, ai personaggi, essere in Germania), ma in Danimarca, appena appena dopo la guerra. Andò proprio circa così eh. Verso la fine della guerra i nazi chiamavano alla leva i ragazzini di 13 anni. Per cui alla fine in Danimarca restano prigionieri centinaia di soldati tedeschi, perlopiù ragazzini. E vengono prima addestrati, e poi mandati sulle spiaggie della costa occidentale, dove gli stessi tedeschi, aspettandosi uno sbarco alleato, avevano nascosto sotto la sabbia grosso modo 2 MMMMMILIONI di mine. Mina più, mina meno. Bon, per cui quasi tutto questo lancinante film mostra questa squadra di 14 ragazzetti, carponi, sulla sabbia e nel mare, metro dopo metro, ad affondare bastoncini nella sabbia. Se senti TOC scavi, trovi la mina, sviti, estrai il detonatore o quel che è. E poi di nuovo avanti di bastoncino. Caldamente consigliato non commettere errori o distrarsi. Uno strazio, conta che io son stato abbracciato con me stesso per quasi tutto il film, la sublimazione della storia della bomba sotto il tavolo di H&T.
La squadra vive in una baracca su spiaggia, bellissima e recintata e deserta sul freddo oceano, controllata da un sergente di ferro danese, che parte Full Metal Jacket (solo che questi son tutti chiodi, quindi non può urlare Palladilardo!) e inevitabilmente finisce poi per instaurare un rapporto umano. E meno male, almeno lui riesce a smarcarsi dal ruolo di vittima divenuta carnefice per vendicarsi dei torti subiti, con chiunque altro che a questi poveri nazi kiddos fa qualsiasi cosa. Loro, essendo kiddos, hanno giustamente sogni e paure da kiddos, e vogliono sognare il futuro e vogliono la mamma – e giustamente, condivido! Il titolo inglese è anche un non so quanto intenzionale pun, visto che il sergente all’inizio urla “Questa è la mia terra”, mentre pesta un prigioniero nazi. Ora, se non fosse che muoiono quasi tutti saltando su una mina (pure il cane!) quindi dirlo è un po’ bislacco, meno male anche che c’è il lieto fine al termine della spirale di violenza ed esplosioni, perché altrimenti me la sarei veramente presa.

High Lamento superpiù speed

Milano, dall’alto, 17.30. Un tramonto rosa chimico si è appena schiantato a terra. Sul piano non resta nessuno.

Per cui. Sto in un grattacielo, da solo, a pensare che TRENITALIA DEVE MORIRE. E le lamentele degli altri già son noiose ma delle lamentele dei pendolari non fotte un cazzo a nessuno, e comunque non c’è un cazzo di nessuno, per cui non potrei dirlo manco volessi importunare persone. Intorno a me le luci a rilevamento automatico si spengono una via l’altra. Resto praticamente io in una inutile cittadella di luce al centro. Da oggi gli abbonati al frecciarossa (che i pendolari amano piuttosto chiamare fecciarossa, o frecciarotta) possono salire solo sul treno dove hanno la prenotazione. Dal momento che le persone sono molte (circa 1600 sulla mia tratta) e vogliono prendere tutte gli stessi due treni, evidentemente non ci stanno. E sai perché li vogliono prendere? Perché sono quelli alla cazzo di ora a cui si finisce di lavorare. INIMMAGINABILE NO? Esca Topo Gigio e urli “Che cosa mi dici mai!” I treni sarebbero per amor di cronaca il 9638 e il 9576, rispettivamente delle 18.05 da Centrale o delle 18.45 da Garibaldi. Oggi alle 17 non c’era più nessuno, io sarei stato così felicio, e mi era stato detto, di andare a prendere il 9638. Che poi quello almeno è abbastanza puntuale, mentre quello dopo, che arriva da SALERNO (voce fantozziana) quando va di lusso viaggia con 15 min di ritardo. Se invece va male morte, perché l’alta velocità è veloce ma è sempre rotta, e c’è una sola linea, e se si rompe il treno prima del tuo su quella linea non si muove più una paglia. O il pensiero che il tuo treno non arriva perché c’è stato un acquazzone a Napoli ed è cascato un palo, ma ti pare? Sai dove te lo metto il palo di Napoli? O altre scuse inverosimili, una volta la voce automatica ha detto che il treno era in ritardo di 40 min per investimento di grossi animali sulla linea. MA TI PARE CHE CI DEBBANO ESSERE DEI CAZZO DI GROSSI ANIMALI o similia SULLA LINEA DELL’ALTA VELOCITA’? E insomma che per gennaio la guerra l’ho persa, avuto l’abbonamento il 27/12 (perché non c’era modo di averla prima), sui 21 ritorni che mi sarebbero serviti 11 non sono riuscito a prenderli, e ho dovuto prenotare il treno successivo. Che vuol dire stare qui, stare qui, stare qui, anche quando potrei stare lì, stare ecc.

Non posso tornare a casa O_O sono prigioniero della torre, mi sento Raperonzolo, Fantaghirò e Falbalà e mi esasperano STE CAZZO DI LUCI CHE CONTINUANO A SPEGNERSI E SE NE VANNO A CASA PURE LORO VAFFANCULO u_u

Quindi. Non credete a Hugh Grant. I fecciarossa sono pessimi e se li vedesse uno che lavora, che so, in Trenigiappone, creperebbe dal ridere. Se venite dal sud verso nord contate almeno 15 min di ritardo, soprattutto sui treni che fanno tutte le fermate intermedie. Tipo la fantastica e fantomatica Reggio Emilia AV la quale, come è noto a tutti, non esiste – o al massimo è una cattedrale nel deserto del ragù. E piantatela di portar su mozzarelle in scatoloni di polistirolo, soprattutto se perdono. Soprattuttissimo se perdono sulla mia testa. Oh, e non parlate al telefono, in treno, porco clero, mai più di 10 minuti. Siete ineluttabilmente fastidiosi. Dei bambini manco ve lo dico.

Bon, le mie quattro luci, le miriadi sotto, resto qui. Aspetto con ansia la filippina che pulisce i bagni alle 18.15, al suo arrivo il mondo s’illuminerà.

Steve Jobs

Parole parole su SJ. Come non ce ne fossero abbastanza. Diviso in tre atti, mostra i retroscena e primascena e sottoscena dei lanci di tre prodotti, Macintosh, NeXT e IMac, nei rispettivi 1984, 88 e 98. Embè? Eqquindi queste presentazioni, stando a quel che si vede, per lui erano uno stress assurdo perché ogni volta gli passava tutta la sua vita davanti, con personaggi vari che arrivano a ricordargli che deve, che questo, che quello, che è stronzinsensibile ecc. E lui è tutto questo, parole parole su SJ, carismatico e visionario che non sa fare un cazzo ma vede l’insieme e oltre e sa far funzionare i pezzi singoli. E la sua vita privata sucks, perché è un mostro ma si inventa il punta e clicca, ebbasta con ste banalità, e la camera segue dietro le quinte le porte si aprono si chiudono, spunta la figlia da un cunicolo, spunta Woz che si lagna, ottimamente interpretato da Seth Rogen che è un paciugone, ed è così, anche Woz nelle interviste è sempre stato un paciugone, e il paciugone era un gelato della Motta tanti anni fa. Nei movimenti dietro le quinte e nei camerini ricordava la frenesia che seguiva i personaggi di Birdman. Spunta il fantasma dei Natali passati, no, spunta la sua assistente, che è tizia cosa Kate Winslet, l’unica a sopportarlo e non se ne comprende del tutto il motivo. Spunta Jeff Daniels, che fa il CEO Apple e prima lo tira su, poi giù, le guerre di potere nei consigli di amministrazione e bla. E dire delle donne che vanno al cinema solo perché Fassbender (o altra star hollywoodiana equifunzionale) è figo? Io se voglio veder della figa guardo un porno, ma vabbè, polemica mia u_u Fassy fa comunque un figurone, intenso e antipatico, a parte non poter nascondere braccia enormi e muscolose che SJ poco verosimilmente aveva, poi alla fine si mette dolcevita e occhialini e new balance e BAM! (quasi) uguale. Tra insuccessi, lo spottone storico di 1984, l’idolatria dei nerdoni in attesa delle presentazioni, prima dell’ultima finalmente anche lui cresce, e accetta di avere una figlia e volerle bene e che forse sarebbe anche il caso ogni tanto di emettere qualche segnale in tal senso. Quindi è una crescita no? Non agiografico perché è abbastanza jackass con tutti, ma nemmeno lo affossa, una specie di artista chiuso nel suo mondo di angoli smussati perché sono più kawai ^_^ e incapace di far quadrare il cerchio dell’empatia con altri umani essere. Ma che ‘cce frega, noi c’avemo il mac sottile e liscio.
Io ovviamente no. E non ho capito perché sul mac manchi il tasto Canc. Ma il ragazzo era così, bizzoso e volubile e spesso aveva TANTA ragione da rivoluzionar solo quasi tutto.

1981: Indagine a New York

Abel ha il culo molto basso, mentre corre attraversando New York fatta di depositi, ferro e ruggine. Bella NY, non ci vivrei – e nella fattispecie tutti i personaggi qui dovrebbero essere morti di tetano. Perché lui è nu pocc yuppie, e corre ma poi si veste cool e coi guanti e ha sta faccia da boss del narcotraffico, invece è un onesto commerciante di, di che, nafta? Olio combustibile? Vabbè, che vuole fare un grosso investimento per ingrandirsi, ma al contempo qualcuno sta attaccando e svuotando tutti i suoi tir, e pestando i conducenti, ma al contempo la pula bussò, e lo stanno per portare a processo anche se lui sa di avere le mani pulite. Infatti la contabile era quella topa di sua moglie, figlia di boss da cui lui si vuol tener ben lontano, e la quale chettelodicoaffare aveva taroccato il mazzo. Per cui l’idea del film consiste in costui che vagola cercando di fare la cosa giusta, letteralmente, in un mondo dove succede la qualunque. Per lo più si prende delle gran botte, metaforiche e non, continuano a sovrapporsi problemi e lui “TRANQUILLI, GHE PENSI MI!”, e poi invece non la più pallida idea di che pesci pigliare. Molto tipo Paperino, se vogliamo un riferimento colto, al bivio con via crucis. Bisogna piegarsi e adeguarsi al contesto oppure rispettare le regole, n’importe quoi? Il tutto su uno sfondo da film anni ‘80-’90 (oppure ‘81), tipo quelli con Gene Hackman che inseguiva i gansta in macchina. Ci sono le famiglie maffia che fanno le riunioni sentendo Una lacrima sul viiiiiiiiisò, un sacco di ruggine (dissilo? ahah, dissilo), corruzione dappertutto e l’81 è stato a NY un pessimo anno. Lo sapevo, infatti mi è sempre stato sul cazzo, l’81.

Chi è mare e chi lago

Avevo chiaro ieri in mente una e quattro cose che volevo scrivere. Me le sono segnate e ho salvato. Non ho la più pallida idea di dove.

Penso di essere come un lago, nel senso che finché non mi tiri dei sassi dentro non accade nulla. Un lago è immobile e, dettaglio non trascurabile, trasparente. Mentre invece c’è chi è come un mare, e straborda di qua e di là e esce e bagna e sporca e riluce. Detta così sembra quasi che ci si auguri di essere lapidati, il che ovviamente non è.

Le persone che parcheggiano in centro

Ieri ho visto un difetto del vivere in centro, la gente che cerca parcheggio sul far del sabato sera. Gente che lasciava amici a tenere il posto mentre girava l’isolato. Gente in retro a 50 all’ora, che si fiondava su un posto non visto rischiando di falciare uno che passava a piedi. Qui c’è la guerra per il parcheggio. Che poi la soluzione sempre quella è, non aver più le macchine. Spiace per la simpatica industria automobilistica, ma quella è. Non si può aver tutti la macchina, e pretendere che ci sia posto per tutti, e stupirsi che non c’è, e pure che poi c’è lo smog. Sempre non averla.

Sempre solo, loro a coppie, io a gruppo che non c’è

La percezione di solitudine mia aumenta. Sono a un’età alla quale o le coppie si sposano o esplodono. Comunque tutti ragionano per coppie. Vengono fatte uscite di coppie a cui non ha senso essere invitato. E da un lato mi spiace, dall’altro non è che sia proprio il mio ideale. Poi è tutto così relativo. Non sono uscito ieroggi, ma ero uscito i tre giorni prima. Più due o tre credo volte al cinema. É esser soli? É che gli altri pensano a coppie, io penso a gruppo come al liceo, vorrei il gruppo che si riunisce al pub al sabato come al liceo, che non ho e come al liceo non avevo. Invece le coppie dopo i 30 adottano uno schema flessibile in cui si fa ora questo ora quello, e a ogni giro ci si organizza con altre coppie.

Al cinema coi vecchi che non deambulano

Anche il cinema, non riesco a non esser snob sui film degli altri, gli ultimi due che ho visto erano un polacco e un argentino dove c’era una figa pazzesca. Nei cinema dove vado sempre e solo vecchi del cazzo, io sarò un ottimo vecchio del cazzo, loro hanno ottimi gusti. Oppure vanno a vedere TUTTO, non scarterei questa possibilità. L’ultimo ero talmente il più giovane che alla fine non si riusciva a uscire, perché ce n’erano svariati in coda all’uscita con abbastanza seri problemi di deambulazione :/

Il corollario a una serata

C’è un corollario della serata di cui al post precedente. É finita a fare quel giochi tipo la bottiglia e obbligo o verità, con lo scopo implicito di dire porcate ma non troppo. Solo che non avendo porcate mi sono sentito assai loser. Chi non ha mai scopato in acqua? Io. Chi non ha mai… lascia sta, sempre io. Io tutto. Il che per me è molto disagevole, perché dove non ho la certezza che le mie insicurezze siano note soffro e tendo a scomparire. Invece sulle insicurezze sto a mio agio assai. La psi sostiene che sono casi in cui ognuno dice la qualunque, e potevo tranquillamente ironizzar su tutto. O mentire, ma non posso per principio. Eh ma gli altri lo fanno. Eh ma sticazzi, ne fanno di cose gli altri. Per cui bene ma male, nero ma bianco, zuppa ma pan bagnato.

Vado a vedere un film. É talmente mainstream questa volta che sono persino disposto ad aver qualcuno accanto–> sono passate 4 ore, al film non c’era nessuno, l’anima non conta.

Intanto è esploso il fenomeno Bello Figo che dabba la Mussolini. Mi sono sentito profeta, riferimenti e approfondimenti.

Oh, io ho anche speso 8 euro per un concerto venturo. Sì, suo.

Revenant

Quindi già dal prologo si capisce che DiCaprio ha litigato con lo shampoo. Dov’è Powaqa? Western del freddo nord, antitetico al più classico Grand Canyon. Somewhere over the rainb… Missouri, da qualche parte nella storia della frontiera, una spedizione accampata sulle rive del fiume si appresta a partire carica di preziose pelli. Accampata malissimo, stanno proprio sotto una collina e non vedono nulla di cosa ci sia oltre. Non serve essere Napoleone per non accamparsi lì eh, ma vabbè, il comandante l’è tant un brav fanciòt ma non è una cima per tutto il film. Dunque per gli indiani è uno scherzo piombargli addosso e ammazzarli quasi tutti. Si salvano in una dozzina, che guidata da Hugh Glass e dal figlioletto mezzosangue e mezzafaccia cercano a piedi di tornare da dove eran venuti. Gli indiani li inseguono, hanno un capo che qualsiasi cosa accada dice “Sono loro, hanno rapito mia figlia Powaqa!” In una scena dolorosa come poche, un’orsa che difende i cuccioli fa a brandelli Leo, che viene abbandonato morente dai compagni e tradito da un tipo badass whose name’s Fitz. Si parte da qui, si trova mezzo morto in mezzo al niente, e deve cavarsela. Non è quantificabile il numero di sofferenze indicibili e tormentose attraverso cui passa Glass, che perde sangue da ogni buco, si cauterizza ferite con la polvere da sparo, si fa delle tracheotomie, dorme dentro a carcasse di animali morte (questa, dimmi di no, era presa direttamente da Man vs wild di Bear Grylls, che lo faceva già nel 2009) e risorge e sopravvive enne volte. Al punto da sembrare immortale, una cazzo di divinità antropozoomorfica grazie alle pelli che indossa, che attraversa i boschi e le acque ghiacciate; io che solo ero spettatore avevo freddo per lui, e ho terminato il film che sembravo un igloo di giacche, con la testa a mò di camino. Oh, hai mica visto Powaqa? Sì, è andata di là. Lui è immortale, mentre tutti quelli che lo aiutano muoiono male. Ed era talmente screpolato lui che avevo voglia di mettermi il burro cacao. Il tutto sullo sfondo di una natura incontaminata/indifferente da National Geographic e oltre, immensa, con una fotografia pazzesca e tutta fatta con la luce naturale, il cuore dell’America. Sul serio, roba da guardare mentre qualcuno in sottofondo legge Walt Whitman, e citare a caso WW è sempre bello. La lotta tra uomo e natura raramente è stata resa cinematograficamente così bene, e fondo, all’estremo. E a Inarritu tutto si può dire ma non di non provare ad allargare gli estremi. In questo regno tutto è materiale e fisico, le persone sono fatte di buchi, cuciture e cicatrici, che portano sia dentro sia fuori. Tra tante crudità, si inseriscono una serie di sogni/ricordi/stommale vagamente romantici e pacchiani, che ho trovato funzionali al racconto quanto banali. Poi torna il rombo di vendetta natura e sangue. La sofferenza passa dagli occhi di Leo a quelli di chi guarda. E ce li si immagina, Ina e Leo, col primo che dice al secondo: “Leo, io più che farti sbrindellare da un orso non so che fare, se non lo vinci così non lo vinci più. Dai che ha chiamato Powaqa, andiamo a farci una birra”.

Carol

Non dargliela! Quella ti vuol solo scopare! Therese è una giovanotta che ricorda per nulla velatamente Audrey, lavora in un grande magazzino, reparto giocattoli, dove tutti i commessi devono mettere il berretto da Babbo Natale. Incontra Carol, signora impellicciatinsopportabile, che cerca un regalo per la figlia. Si conoscono. Sempre di più. Sempre di più. Carol è più vecchia (brava eh, per carità, cosa Blanchett. Figa 30 anni fa ma brava), se la porta a casa, sta divorziando. Therese è insicura, e poi sai, ha questo problema che tutte le persone con cui parla glielo vogliono appoggiare. Carol a suo modo compresa, in effetti. Vita difficile. Stanche-stufe, degli orizzonti sociali patinati e artificiali in cui si ritrovano confinate (ah, on est dans les années ‘50), la prigione alto-borghese e il berretto di Babbo Natale + sorriso, partono per un viaggio. Dove andiamo? Boh, vai di là. Di motel in motel, sole, ravvicinate, scopano e bam, un tizio le spiava per usare il lesbismo come prova in tribunale per toglierle la figlia. Eh io te l’avevo detto eh, di non darla a sta vecchia. Porta solo guai. Tutto è elegante e raffinato e vintage qui, non cosa ma le immagini stesse che rappresentano; fatto sta che Carol mi è subito stata profondamente sul cazzo, annoiata viziata fancazzista, poi a un certo punto si offende col mondo perché si accorge di vivere in una società che proprio sucks. Fino a che se la girava in macchine belle con vestiti belli non mi pare si facesse questi problemi. Buttata giù dal suo altare, finalmente si ripiglia, e non voleva nemmeno solo scoparla, tttenera <3; meanwhile, Therese decolla da sprovvedura ragazza di provincia in cerca di fortuna nella grande città e atterra come la solita hipster, di cui è pieno il mondo e son pure gnocche ma non significa che siano distinguibili, che gira col basco storto da artista e lei fa la fotografa perché c’ha stile, armata delle solite tette a punta anni ‘50. Insomma, empatia zero, impeccabile confezione, mi pare di capire che nel 52 a New York di simpatico non ci fosse nessuno. Perché poi la cosa bella è che tutti gli altri personaggi intorno sono o stupidi o bigotti. No, t’ho detto, un postaccio.

Come se io le donne voi

Sempre un po’ più convinto. I cinema soprattutto. Secondo me là non ci sono i cinema così belli di qua. Così vicini e miei. Così a 4 euro poi. I cinema 😥

Ho desessualizzato tutto. Questa me la immagino ballando muovendo le braccia ora a destra a ritmo ora a sinistra. La gente infatti non mi capisce. Che è anche il motivo per cui le relazioni degli altri mi piacciono tanto, adoro spettegolare in mancanza delle mie. Poi arriva il momento in cui chiedono “e tu?”, e io in effetti niente, e non è che menta, e non è che piperita (glom), e non è che niente. Nota che è una vita che ascolto stronzi dirmi “bella la vita da single eh?”. Annuisce con fare distratto. É che in effetti non vedo non guardo e non provo, le relazioni per me non esistono, chi mi parla di attrazione sessuale mi da fastidio molto più di chi mi parla d’amore. Allontano tutto, di questo passo potrei finire per andare in giro con una maglietta con su scritto V IETATO SCOPARE. Fosse per me non scoperebbe nessuno, il deserto, per sentirmi meno a disagio-io.

Non faccio commenti sulle ragazze, a voce ne sono letteralmente incapace, tranne se parlo con quelle 8 persone che mi conoscono, testo e contesto. Gli altri, quest’entità astratta e ostile, mi hanno chiesto spesso nel tempo se fossi gay. Più per mancanza di una spiegazione ai miei comportamenti che per qualche motivo concreto. Si procede per tentativi. Ma che non sbavi, sei gay? Ma mò, lasciatemi sbavare dentro ç_ç scusate, è che sbavare vobiscum mi disgusta.
Fosse per me non mi farebbero sentire sbagliato con quel che si suppone che. Siano le persone. Io non sono non trovo e non cerco, e di quando trovo ricordo più sensazioni spiacevoli che altro. Io invaghito, è uno stress pazzesco. Io geloso poi, insopportabile. E noioso, mi sento di pancetta una fetta sulla griglia. Io invece stanco: whoah! Perfetto, lamentosamente splendido, impotente ma eroico, a fare il pinball sul treno. Una persona che parla solo di treni.

Prochainement, vado a una cena con 4 ragazze, e 3 di queste potrebbero piacermi. Io in realtà avrei voluto scrivere: a 3 di queste lo metterei volentieri in bocca, ma poi mi è sembrato un po’ greve u_u

Diamine però, 3 su 4 è una media pazzesca, credo non mi capiti dalla 4 ginnasio di stare nella stessa stanza con almeno 3 ragazze che mi sembrino carine (I’d say gnocche, ma vabbè). In genere la media è 1/3 o 4*.

Che poi, io a dormire da gente che conosco ma non troppo penso sempre che mi ruberanno un rene. O avrò freddo. Rischi esiziali del genere. Kim cura cancro e ebola e io ho messo dei soldi in banca. Secondo me perderò tutto. Vedo, guardo e ansia.

Ti guardo

In una chiassosa Caracas (Maracas? ok, mi sotterro) ci sta Armando che compra ragazzetti adò poveracci alla fermata del bus, li porta a casa, li fa spogliare e ci si masturba su, touchless. Arma ha un lab di prot dent (e la bru del ca ha un bu nella go), vive di solitudine, ricordo e odio macinato (capisci? Venezuela! Caffè! Luoghi comuni!) verso un riccastro che ogni tanto pedina e si suppone sia una specie di suo padre che manco lo conosce e… t’ho detto, ragazzetti, lui c’ha il cash. Uno di questi si chiama Elder, tipico bulletto di strada, povirazzo, che anziché spogliarsi lo colpisce al volto. Prendersi una statuetta di ceramica orribile in faccia scatena in Armando l’istinto paterno, o qualcosa del genere. Cura Elder quando viene menato, senza chiedere nulla, gli compra cose. E in amor vince chi fugge, per cui il rapporto, la parte di manico del coltello (non era una metafora sessuale!) a poco a poco si capovolge, con Arma che lo tratta da figlio e Elder, che è vita-vitale-vitamina, che vuole scopare e cerca un rapporto sempre più fisico. Purtroppo, alla fine si scopre il piano di Arma, il quale, come insegnava uno che conoscevo, punta a scopare il cervello al figlio della strada, in vista del twist finale. Tutto era pre-visto e vince l’odio, e lo iodio che servirà a Elder, il quale si sottende piglierà botte per tutta la vita → sei nato povero, ci resti. Messinscena di un rapporto tra solitudini e tra classi, tra solitudini di classe, squilibrato per i soldi con cui il vecchio compra e accudisce il ragazzo all’inizio, drogando la relazione. L’amore omosessuale è il climax, del cigno il canto, di questo legame, ma è vero, ma è finto, ma è entrambe le cose. Il tutto sui rumori della città, povera e viva come la carne, sui ricordi sfuocati custoditi nelle fotografie della casa di Armando, il quale sembra ma non può essere felice. In quanto povero, Elder potrebbe essere felice. Ma è povero (tiè), quindi se la prende, prosaicamente o letteralmente – e queste battute non si dovrebbero più fare – in quel posto u_u

Il figlio di Saul

Incubo, clangore, morte, ferro, fuoco, sfuoco. Auschwitz, ‘44. Uno degli ebrei scelti dai nazi come manodopera per perpetrare lo sterminio, detti sonderkommando, è ungherese e si chiama Saul. Insieme agli altri sonderk, accompagna i nuovi deportati alle docce, le ripulisce dei cadaveri, fruga nei loro vestiti rimasti fuori. Li butta nei forni, sparge la cenere nel fiume. Insomma, dai. Un lavoro di merda. Ok, scusa. I sonderkommando sanno che dopo pochi mesi saranno terminati e sostituiti. Tra milioni, sceglie un cadavere, di un ragazzo sopravvissuto al gas e poi ucciso a mano da un medico, comunque interessato a vivisezionarlo. Il solito approccio analitico teutonico ai problemi. Quello è mio figlio, dice Saul agli altri, e cerca un rabbino per seppellirlo. Ovviamente, da contestualizzare alla situazione in cui si trova, ove tutto è assurdo al punto da lasciare increduli di fronte all’enormità del male, oltre l’umana comprensione; cui si aggiunge lo spento e sotterraneo senso di colpa di prigionieri costretti ad accompagnare altri alla morte. Nemes, conscio delle difficoltà del problema filmico e narrativo che si pone con un soggetto del genere, sceglie di affrontarlo lavorando sul fuori campo: la storia è intessuta di rumori pesanti e metallici, sforzi e fatica, ambienti sfocati sullo sfondo dove il peggio accade, e lì è normale, ed è normale perché è accaduto. Il caos e la paura sono intorno, Saul si muove con fare un po’ grullo nella catena industriale della morte, perseguendo uno scopo che è suo soltanto, a volte con gesti coraggiosi/incoscienti, altre spesso fermandosi a pensare nel bel mezzo del frenetico lavoro nei forni crematori. Per cui ci si aspetta sempre che arrivi un tetesko e gli spari un colpo in testa. La camera segue Saul, e gli altri personaggi, quasi sempre a mezzobusto, di corsa, a spalla, sulle spalle, sulla croce rossa che hanno i sonderk per essere identificabili e al contempo al centro del mirino nell’occhio dello spettatore. E rende il senso di paura, di ignoto, assenza di speranza e morte imminente, quello delle bestie al macello in attesa. Se non ora quando, a breve. Tantôt, direbbe un belga. Gli occhi bassi, ché il cielo è proibito. Il punto forse, oltre al cercare di rendere tale orrore, e le abiezioni e disperazioni di uomini sopravviventi per inerzia, è che lui sceglie, sceglie di provare a “salvare” un morto, non un vivo, andando oltre il concetto di “chi salva una vita salva l’umanità intera”, un simbolo, non è nemmeno suo figlio, Saul non ha figli. Attraversando una collezione di inferni, ma molto ben organizzata. Nel finale, durante una rivolta dei sonderkommando quando si accorgono che a essere stati gassati erano appena stati altri sonderk (accadde nell’ottobre del ‘44), riesce insieme ad altri a fuggire dal campo. Perde il cadavere del ragazzo, perde il rabbino che aveva trovato, e manco era rabbino. Vede un ragazzo, sorride, ed è cazzo ovviamente l’unico sorriso di tutto il film. E basta, le rivolte finiscono male, ad Auschwitz, nel ‘44.

*tutte queste cifre potrebbero essere state alterate per venire incontro alle mie manie di persecuzione è_é

J

A Cervinia c’è il sole ma le nuvole ma anche la neve. Zero gradi, e i parcheggi tutti pieni come fosse agosto. Il Cervino non si vede, una processione di giacche rosse e tizi vestiti strani col cappello piumato muove verso la chiesa. É strano fare un funerale davanti a Mike Bongiorno che saluta, ma tant’è. Mi sono portato due borse piene di maglie e maglioni, che aggiungo a mano a mano. Non servirà un cazzo, avrò freddo lo stesso. Non so gli altri. Questi vestiti da guide alpine secondo me stan troppo leggeri.

Venerdì mi telefonano per dirmi che è morto. Il telefono piangeva. Io non credo riuscirei a telefonare una notizia del genere. No. Lo scrivo a un paio di persone. Intanto sbaglio tutto quello che sto facendo al computer per circa due ore. C’è l’articolo sul giornale, in aggiornamento. Ma ti pare di morire in homepage sulla Stampa? Caduti mentre provavano una via fatta da tipo 5 persone prima. Ma nella parte facile. Il Cervino, si sa, è tutta roccia che cade. La gente in genere sa a malapena cosa sia il cervino. In quella valle invece, e per me, e per noi, è l’unica montagna. Io disprezzo praticamente tutti per le montagne dove vanno. Dico hey, da me c’è il Cervino – se hanno ancora da controbattere gli dico che ci son stato sopra e bom; se sanno di montagna mi guardano ammirati, se non ne sanno che cazzo ci parlo a fare? Quando l’avevo fatto, una cosa delle più rischiose mi era sembrata la prima parte, dove meno e più grosse rocce piovevano saltellando di taglio dall’alto, in maniera del tutto casuale. Toc. Toc. TOC. E poi passava e andava giù. Tante, tanto giù. Con quello, la guida, che diceva “Giù la testa!”.

Coglione, avrebbe potuto dire, per fare una cit. Hai un bell’avere un casco lì. Comunque sono caduti. Il come, cosa è successo, chi prima, la scarica di roccia o l’appiglio che manca, diventa a quel punto piuttosto niente.

Non so cosa ti leghi a una persona con cui sei cresciuto, e perdi di vista. Nel mio posto in montagna, per anni, piccoli, ci siamo trovati in venti. Lui aveva un caschetto biondo e il culo largo, e voleva andare più forte di me in montagna. In seguito c’è riuscito di brutto cazzo, stava mai fermo, a correre le maratone e diventare maestro di sci e diventare calvo. Che è uno di quei mestieri da eterni mandrilli castigaturiste, tipo il bagnino. E tipo lui, che è stato anche quel genere di persona. É andato a fare il maestro di sci pure in New Zealand, per dire. Ricordo come giocava a qualsiasi cosa giocassimo. Gli atteggiamenti, le posture. Forse lo ricorderei di ognuno di noi. Che era una sega a calcio ma s’incazzava lo stesso. Che barava a briscola in cinque, e m’incazzavo io, perché io son quello che legge le regole sulle scatole dei giochi e poi alza un ditino e fa nonnò, quell’altro era del genere m’invento una regola per vincere prima e avere comunque una parvenza di legalità. Esempio, il campo da pallavolo, gosh, forse come definizione è eccessiva, con tutti quei sassi, comunque era suo, e si inventava le regole. Visto che lui e io non sapevamo schiacciare pallavolamente, ma saltavamo una cifra, più io però eh, aveva deciso che potevamo fare delle trattenute tipo Micheal Jordan, ogni tanto ti veniva pure da fingere di schiacciarla da una parte e poi mandarla dall’altra. Sai per spiazzare la difesa no? Anzi, mi sa che lo facevamo. Più lui però eh. Si fissava sulle cose. Passò un’estate a parlarci del suo motorino liquid cooled, nessuno che sapesse che cazzo volesse dire. Si metteva fuori dalla porta a leggere il giornale, visto che era l’unico con la casa senza genitori andavamo lì. Lo leggeva e sparava opinioni su tutto. Oh. Erano sempre tutte sbagliate. Ma tutte, invariabilmente. Roba che giusto Brunetta o i leghisti, manco più il Papa, con sto tizio rock e user friendly che ci hanno messo, ne sparano altrettante.

Quest’agosto ero appena arrivato che mi hanno invitato a cena in un posto dove c’era anche lui. Ah allora esisto, ho pensato, credi, c’è un posto dove arrivi e ti invitano a cena. A cena c’era altra gente bizzarra ma chissene. Tanto c’era lui, e m’ha sempre fatto ridere, praticamente tutto quel che diceva. Se n’è andato lui e ho smesso di ridere e gli altri hanno parlato di merda per tutta la sera. Letteralmente eh, mica per modo di dire. Perché era un cazzaro, sparava e sbruffonava e faceva ridere tutti. É impressionante come delle persone che conosci fin da piccole vedi pregi e difetti, più di quanto poi vedi loro, cosa è forte o no. Ed è impressionante, e straziante, la pagina fb di una persona popolare che muore. Gif animate di lui che balla. Una foto sul trono con un mantello in una discoteca. Sempre con sta faccia da schiaffi, tra il furbetto e il simpa. Al funerale, in un susseguirsi di persone che lo ricordavano, noi fuori al freddo a sentire due altoparlanti, perché la chiesa era troppo microscopica per tutta quella gente, le varie persone che raccontavano tra le lacrime i loro ricordi lo hanno descritto come “allegro, solare, frizzante, sempre in ritardo”. Sua madre al suo turno, una signora che aveva perso il marito nello stesso modo 32 anni fa: “Io gli dicevo le cose ma tanto lui faceva come gli pareva, per cui ho smesso”.

Non fa una piega.

Non sono andato a salutare madre e sorella. Penso sempre che le persone non mi riconoscano. Io non mi riconosco, al di là di come una persona invisibile. O poco visibile. Insomma il contrario di lui. M’ha detto di andare a stare a Milano. M’ha detto che lui era stato eletto presidente dei maestri di sci da 8 anni. E io: “Cazzo, non sapevano proprio chi metterci”. “Eh no, non lo voleva fare nessuno e l’ho fatto io”.

Poi ci siam mangiati della nutella strascaduta, con gli altri che ci guardavano come se stessimo per morire. Ma a 2000 congela e diventa durissima, non per la scadenza, figurati se scade la nutella dai, per il freddo, e basta. Succede anche con l’olio, si raggruma. Poi lo scaldi e si scioglie.

In realtà al funerale sono andato a salutare qua e là. Ho ridato la mano al mio miglior amico con cui litigai per amore, non l’avevo più visto. O evitava, non so, devo aver dato l’impressione di essere poco propenso al perdono, e per qualche anno è stato così. Dopo 10 anni ovviamente chissene, e ovviamente, e immagino viceversa, era piuttosto grasso e brizzolato. Con due occhi venati di rosso, ma che avesse pianto o no li ha sempre avuti così. Tanta gente che conoscevo. Però non volevo andare per le persone. Ho una foto in camera ad Alessandria, incorniciata, avevamo 14 anni e siamo in gruppo intorno alla croce. Una delle nostre. Avevamo, io avevo 14 anni. C’è il biondo, che quella volta si era incazzato con chi ci ha invitato alla cena di cui sopra, perché ci aveva legati tutti. E quello quasi dava di matto, ma dai, che ci leghi a fare, è tutto in piano! Vabbè s’era lasciato legare, o eravamo ancora là a discuterne. In quella foto l’amico occhirossi stava in un cono d’ombra, il divertente era trovarlo. Se avessimo pensato, a chi di tutti sarebbe morto per primo, che è un pensiero che giustamente in genere non si fa, non a 14 anni, o si dovrebbe essere proprio appassionati di fantamorte, nessuno. Nessuno avrebbe detto lui. Cazzo, era il contrario di morire. E insomma sono andato perché quella foto, e cosa c’è dentro, biondo o no, nel cono d’ombra o fuori, e anche chi non c’è, è così importante. E volevo esserci per Jo.

Qui c’è lui che parla e riesce quasi a sembrare serio qualche anno fa, di bambini allo parchetto degli sci. É quel che viene fuori da yt col suo nome.

Ma chi è questa bella patatina?

Non è che. É invece che.

L’acqua è passata sotto il ponte, peccato che sia tutta noiosa. A Torino sotto il ponte, e non sotto anche, è pieno di alghe, e se ne discute assai. Io intanto continuo a sentire Motta.

Mi hanno detto che il contratto tra X e Y è stato rinnovato. A mia volta avevo sempre detto che se fosse successo mi sarei trasferito a Mi. Ora sono terrorizzato, è successo, e sarei stato ancor più terrorizzato se non fosse successo. Insomma, ero in una botte di ferro. É che Torino mi piace così tanto, la so, ormai quasi non mi perdo, mi sembra di avere tutto così mio. É che non vivo, non la vivo. E poi dai, ormai con chiunque parlo solo di treni, sono una persona insopportabile. Ho fatto un record di 22 treni in 12 giorni, lo volevo dire anche a te. Comunque sia chiaro, senza i treni, oltre a smontare qualsiasi cosa mi venisse detta, o essere entusiasticamente d’accordo ma è più raro, non avrei nulla da dire.

In ufficio non mi avevano fatto il regalo. È una questione che tutti prendono molto sul serio, solo che sono una di quelle persone simpa che lo toglie da fb, così col cazzo che mi fanno gli auguri tutte le persone stronze che a malapena conosco che se lo leggono lì. E nemmeno faccio gli auguri, io quella colonna non la leggo proprio. Ho la birthday blindness. Comunque, con 6 mesi di ritardo se ne sono accorti, e mi hanno regalato questa. É che non è adatta, per due motivi.

Uno. Riduzioni al cinema, che io ho già giocando coi miei mille abbonamenti.

Due. In 10, mi prendete un regalo da 12 euro? Va bene il pensiero e tutto, però 12 euro? Va bene non guardare ai soldi e tutto eh, ci mancherebbe, siam signori, tanto sono gli altri che muoiono di fame, però WTF!

Mi sono innamorato di un’altra stagista, mi è già passata, ormai vado a nastro, sto fatto delle stagiste è stressantissimo. Anche perché questa la vuol palesemente dare a un canadese, che mi ha anche offerto un pasto thai, solo che tanto io vado a rimborso per cui non l’ha offerto a me, però bisogna riconoscere lo stesso, e insomma uff. Ha un bel culo, però le piacciono Jovanotti e, uhm, chi era, Ligabue. Off.

Questa la saltiamo.

In casa è successo: il marocchino se n’è andato. Peccato, best coinquilino evva. Coinquiline donne potendo scegliere mai più, sono molto più zozze, e indisciplinate. Generalizzando eh, ma è così. Al suo posto da Berlino con furore è tornata, come minchia la chiamavo quella di prima, Pinky? Fucsia? Vabbè, lei, con il marito e la figlia di 10 mesi. E la nonna, e la zia, che dormivano nella stanza del fu marocchino pascal. Più parenti vari che passavano, a vedere questa neonata. Ora. Immaginate mille parenti che vedono un frugoletto per la prima volte. Per ore, MA ORE!! GIURO! Urlavano: “Ma chi è questa bella patatina? Ma chi è questa bella patatina? Ma chi è questa bella patatina?” e altre amenità simili. Io chiuso in camera con le mani sulle orecchie. Ma patatì, ma patatà, ma pataqua O_O

Ho cenato fuori per svariati giorni, in qualsiasi modo.

Poi se ne sono andati. Poi sono tornati, ma solo Pinky, figlia e nonna. Tutta la cucina invasa da roba sporca, pattumiera, roba eterogenea. Una volta per mangiare sul tavolo ho dovuto proprio fare spazio con le braccia. Mango, continuano a comprare manghi. Almeno credo, non sono sicuro di saper riconoscere un mango. Poi se ne sono andate. Torneranno, se ne andranno definitivamente per un po’, poi non si sa. È bello avere incertezze.

Sono stato due giorni per i fatti miei, i 10 prima erano stati così precipitosi che è stato persin bello ❤ la casa è vuota.

Io non so come faccia la bella patatina (e qualsiasi neonato al mondo) a sopportare un parentado simile. E comunque è quella che fa meno casino di tutti.

Il ponte delle spie

A New York e a fine ’50… stavano per arrivare i Beatles! Not yet, c’è la guerra fredda, e una spia dall’aria di innocuo medioman, name’s Rudolf, che nel tempo libero dipinge male e si soffia il naso, la quale viene catturata e deve essere processata di facciata regolarmente perché questo è un grande paese (cit). Viene scelto Tom Hanks, vabbè, James, avvocato rampante ma più assicurante che non spiante. Lui si arrocca sul principio e, contro non solo i media e il giudice ma persino moglie e figli, fa il possibile per difendere il suo uomo. Al quale ogni volta che si chiede se ha paura risponde “Would it help?”, è veramente una sagola, e uno che fa bene il suo mestiere da buon medioman. Riesce a non farlo scannare. Nel frattempo, 5 o 6 bietoloni vengono mandati a pilotare aerei a 70000 piedi per scattare foto dell’URSS, che in caso di nuclearguerra non si sa mai – era un po’ il leit motiv. Sarete così in alto che nemmeno vi vedranno, gli dicono. Bam, al primo giro uno viene subito abbattuto e catturato. James è incaricato dalla CIA, però senza dire che è per la CIA, di trattare per lo scambio di prigionieri. Va a Berlino West, poi Est, poi West, sembra un ca**o di pendolare, tra intrighi diplomatico-politici e furti del giubbotto. Alla fine ottiene il pilota in cambio di Rudolf, più anche un pischello studente americano pizzicato perché dumb. Non si capisce come possano i russi accettare il 2 in cambio di 1 ma tant’è. Notevole il trasporto con cui lo stile di Spielberg gonfia una storia per larga parte di legulei, con rivoli diversi che sfociano insieme nel finale spionistico tout court; pure James è un eccezionale medioman, un avvocato pure troppo giusto – per essere avvocato, no? Il film intero è la celebrazione, di un’epoca storica che ha segnato la storia ameriacana e dei medioman, uomini normali che fanno il loro dovere perché è giusto per il paese, James e Rudolf parlano lo stesso linguaggio; nel finale il medioman può tornare raffreddato e vincitore alla sua villetta azzurro puffo, dove sta la sua moglie azzurro puffo, la quale insieme ai media potrà riconoscere che lui è kind of a hero. Spielberg intanto ci butta musiche melodrammatiche così spielberghiane, con tamburi di guerra anche se è fredda, non ci sono bambini o cavalli protagonisti. Spinge (Spingeberg!), ma senza esagerare sull’acceleratore dei sentimenti, con la scena parallela di James sul treno e i fuggitivi che vengono mitragliati mentre cercano di scavalcare il muro a Berlino, mentre i giuovani americani liberi e felici scavalcano muri per gioco a Brooklyn. Ottiene e cammina su di un equilibrio che è lo stesso appesi a cui in quegli anni USA e URSS si divertivano un sacco, convinti di stare per accendere il mondo. Anche se poi comunque 2 a 1 eh.

La grande scommessa

Hollywood si mette di buzzo buono per spiegare la crisi dei mutui subprime del 2008. Lo fa con una serie di attoroni (lode a me, non ne ho riconosciuto uno, sono un sottile fisioniomista) e quella ventata di progressismo un po’ fastidioso degli attori ricchi che hanno i miliardi. Per dire, non è difficile preoccuparsi dei morti di fame in Congo, ma se hai una villa in California è più facile. La scelta è accendere la luce su alcune storie, che si intrecciano oppure no, di personaggi del mondo della finanza che nei mesi precedenti allo scoppio della crisi ne hanno riconosciuto i prodromi. E, essendo quello il mestiere loro, pur se ognuno con motivazioni proprie e storie personali alle spalle, ci hanno scommesso su. Assunto di base: la finanza è una specie di casinò, e visto i casinì che combina non c’è motivo di dubitarne. Ryan Gosling incarna l’archetipo del banchiere cinico soldisoldisoldifuckYEAH!, e la voce narrante. Intorno a lui: un nerd sociospastico gestore di un fondo, che sta in ufficio scalzo e ascolta heavy metal, il primo a vedere che il castello è basato sul niente. Un gruppetto di gestori con problemi etici, capeggiati da Steve Carrell. Un paio di ragazzotti che scoprono tutto per caso e ci puntano su. Ovviamente, tutti all’inizio li prendono per matti, figurati, il mercato immobiliare non crollerà mai. Ahahahahah. Rendere un film interessante su un argomento così noioso/difficile/indigesto è arduissimo, e meritorio, e non si esita a qualsiasi espediente, del tipo: e ora, che cosa siano i credit default swap, te lo spiega questa gnocca immersa nella schiuma. Lol. Sguardi in camera, del tipo “hey, so che sembra assurdo ma è successo davvero”. Tra personaggi riusciti o meno, alcuni buffi ma forse non molto verosimili (però remember che sono americani), vince la scelta di dimostrare la tesi procedendo per opposto: non chi/come ha minato le fondamenta, ma chi scopre e scommette contro; così si mettono in scena i meccanismi perversi, e il loro funzionamento, la loro logica, che hanno portato alla crollo finanziario. L’insieme non fa che spiegare, con i personaggi che indagano e non riescono a capacitarsi del fatto che stia tutto andando così tanto in vacca, e rispiegare andando sempre più a fondo ma con evidenti cerchi concentrici, cosa sia successo. Tutto infatti è basato sul fatto che nessuno ci abbia capito un ca**o, che è in una parola la finanza e non dico che dovrebbe morire ma… uhm, sì, no, dovrebbe proprio morire. Non ho ben capito quanto le spiegazioni siano chiare perché avendo io fatto, del tutto casualmente, una tesi che parlava di finanza (O_o ma sei matto?) non partivo davvero da zero, per cui ne ho ottenuto solo più tessere di un mosaico che comunque mi era stato spiegato già. Il succo, secondo Hyman Minsky, è che le regole ci sono, la finanza le aggira, la bolla finanziaria si gonfia, scoppia, moriamo tutti un po’, si rimettono regole, e poi si riparte. E questo è il capitalismo ^_^

Si fa sempre men che tutto

A questo giro la canzone per la playlist triste è questa.

Ho visto perché non scrivo. Perché ho il terrore di stare in casa a fare altro che non sia chat o porno o dormire. O leggere cose varie su internet. Il terrore. Per cui esco, oppure mi deprimo per il fatto che non esco, e in entrambi i casi non è caso, o cosa.

Ho organizzato tutte le mie ferie due giorni prima. Le ferie non le so proprio usare, sono una bomba che mi esplode in mano. Ho sbarellato svariati giorni perché volevo andare in piscina, ma siccome ero da solo non ce la facevo, per cui cul de sac (o stallo alla messicana, dirlo oggi è assai à la page), sono rimasto immobile e spaventato sul letto. Intanto la mia psi mette su wa la foto di lei al mare che fa surf XD

Per cui due giorni prima ho telefonato a una mia amica. Il fatto è che bisogna sempre chiedere, e lo odio, mi pulsa, mi disgusta chiedere e dipendere. Fondamentalmente, io vorrei scopare il mondo. Però ho il terrore di essere visto. Ed è un problema, i due estremi sono difficilmente conciliabili. L’amica ha ospitato qualche giorno me e un mio amico in una casa sopra Santa M.rita Lig. Su per una strada per la quale ero convinto che il mio amico si sarebbe fatto le fiancate della macchina, la sua cazzo di Giulietta, non una, nono, entrambe, e mi avrebbe chiesto dei soldi. Non è successo, nel cortile di questa casa c’era un gatto che stava sempre e per sempre nella stessa posizione. Nel paese sotto, pieno di figa. Mi piega dal ridere la parlata dei liguri. Ho pensato che l’anno prossimo voglio stare lì almeno una settimana dieci giorni, anche da solo, e prendermi una prostituta. Ho pure cercato sui siti ma a quanto pare le prostitute nei luoghi estivi da bauscia non ci sono. Su internet. Si vede che si comunicano altrove. Ho pensato mi prendo un libro, ogni tanto vedo la mia amica, me ne sto, vado in spiaggia con la sdraio pensando #cheschifoipoveri e a fare la passeggiata di Portofino, prostituta, taaac. Quanta gnocca *_* intanto son riuscito a prendere nuvolo tutti i giorni che ho provato a fare il bagno, anche separati tra loro, in una estate in cui c’era sole praticamente sempre.

Va registrato che questa cosa delle prostitute la dico sempre, poi non la faccio quasi mai 😦

Poi son tornato, son stato tre giorni in campagna coi miei, dove credevo di impazzire. Oltre ai miei beloved parenti, non c’era niente, a parte una collezione di Zagor che trovai anni fa quasi completa accanto a un bidone dell’immondizia in aperta campagna. Che si fa, ce la si porta a casa, di corsa. Potevo andare al fiume, ma quel giorno era nuvolo. Ho telefonato di nuovo e sono andato qualche giorno in montagna, nell’albergo rifugio dove avevo lavorato tempo fa. Lì invece un sole assurdo. Sul serio, inquietantemente irreale. Non bisogna andare in alta montagna e credere che sia così, non lo è, lì può benissimo piovere due settimane di seguito. Tre montagne il primo pomeriggio, quelle basse. Il secondo giorno sono andato fino a Cervinia, me la sono scialata. Il terzo due montagne, le più alte. Prima avevo meno paura dei pezzi difficili. Ci son stati almeno due punti dove ho pensato “Cazzo, io adesso vado per di lì ma se per caso poi mi trovo un muro e mi blocco non so mica tornare indietro”. Salire è sempre più facile, voglio vederti a scendere. Alla fine ho camminato tantissimo e poi di più, con tutta calma, finendo regolarmente senz’acqua. La montagna non ha più acqua, ciò è tristissimo e io già sto angosciato. C’era l’ultimo giorno questo lago, sotto una montagna, che di solito è una grossa pozza ed ora era una piccola pozza con una mandria che beveva e insomma sembrava il west in aperta montagna, e quest’acqua per tutte non basta. Poi c’era uno scheletro di stambecco abbastanza completo, che qualcuno aveva composto su una roccia. Ho trovato qualcuno dei miei amici del gruppo d’autrefois, compreso il cantastorie che tutte le estati raccontava le stesse cose, tra cui due barzellette sempre diverse ma uguali e il fatto che lui una volta era in un supermercato e gli era successa quella scena che poi si è scoperto essere un pezzo di uno dei film della Casa, in cui Ash combatte con una strega al supermercato. Ecco, lui la raccontava successa a sé stesso. Mi ha riportato al paese sotto l’ultimo giorno e invitato ad andare a Bordighera.

Anche lassù alla fine tutto offerto, ma prima o poi smetteranno, ho lasciato 50 di mancia per fare lo splendido. Una volta, mentre lavoravo là, lo avevo visto fare. Abbastanza vergognoso, penso di non aver speso 200 euro per mari e monti.

Poi son sceso, c’era il Todays festival dove ho bucato Calcutta e Motta, ho visto gli M83 e Iosonouncane, sono entrato anche a Carpenter ma poi ho scoperto che non sarei dovuto entrare. E il giorno dopo sono stato rimbalzato. Per cui ero alle 20 in aperta periferia, e potevo entrare solo alle 23. Ho cominciato a camminare per vie costeggiate da pusher e architettura industriale abbandonata. Vialoni con auto che non si capisce dove minchia vadano. Non c’è niente. Chi cazzo la compra tutta questa droga? Ho persino pensato di finire in un centro massaggi cacariso, poi ho continuato a camminare. In un’ora ero al punto di partenza (cioè amici che mangiavano pizza), giusto per riprendere un bus e riandare tre ore dopo a sentire I cani (che però non hanno fatto Post punk) e i Soulwax. Loro hanno fatto solo un’ora perché altrimenti i tre batteristi sarebbero passati a miglior vita.

Quindi mi sono depresso ancora un po’, e sono andato a Boccadasse. Lì mia madre esponeva con una sua amica, e ha venduto un sacco di acquerelli a amici e parenti. Al contrario della sua amica, che non ha venduto quasi gnente. Proprio nella piazzetta sulla spiaggetta. Per cui ovviamente ho fatto l’ennesimo bagno sotto un cielo caldo e nuvolo. Quest’anno ho imparato veramente bene a fare il morto, sono assai orgoglioso. Il posto è caruccio e se sali su c’è una gazza che ti becca i piedi e quando ha smesso coi miei piedi si è messa a inseguire due turiste tedesche perché era fissata a beccare l’accrocchio biondo di una delle due.

Ora sono qui, questo caldo mi piace ma mi sarebbe piaciuto anche andare in piscina. Comunque era nuvolo.

In the heart of the sea

Melville se la giringiro offrendo soldi per una storia. Gliela racconta un tizio che sta a casa a sbronzarsi accudito dalla moglie, perché lui ne ha viste, oh quante ne ha viste. Secondo la storia ha 44 anni, ma ne ha viste e male li porta talmente che sembra ne abbia 20 di più. Comunque, gli conta la storia di Owen Chase, imbarcato primo ufficiale su una baleniera con un capitano stupido e figliodipapà a Nantucket (che però pronunciano Nantooooocket) 30 anni prima, nel 1820. A bordo delle baleniere in quegli anni là tutti ci si chiamava Signore, per cui è tutto un fioriloquio (?) di signore qua, cozzi la randa Signore là, vomiti più a lato Signore, ma prego, prima lei Signore. Visto che di balene non se ne trovano e s’ha da riempir la stiva, questi polli vanno a ovest nel Pacifico, e vanno vanno, fino ai banchi estremi. Che di solito son quelli con gli ultimi della classe. Qui di balene ce n’è a catafottere, fiocina tu che fiocino io, arriva un’enorme balena bianca che gli affonda la nave. Capisci che un baleniere quando viene affondato da una balena è contrariato, la dialettica che si era immaginato era l’opposta. Naufragio, nonché disagio, stanno 3 mesi a zonzo sul mare, prima di essere ripescati, più morti che vivi, mangiandosi a vicenda (l’importante è avere le salse), sparandosi spartendosi e poi rimangiandosi, seppellendo asce di guerra e mangiando quello che s’era sparato prima. Ennesima ben condotta assai narrazione (robusto e privo di sorprese, come si suol dire) di Rosso Malpelo ma-ora-son-calvo Howard, anzi narrazione di narrazione, con Thor messo a fare il baleniere, e se già il protagonista ha l’aria sveglia così ed è quello più smart del gruppo figurati gli altri. Poteva solo finire male! (per Odino). Ma i personaggi, grezzi ma da marinai dell’800 non si pretende nemmeno il picco di introspezione psicologica, sono l’equilibrato pretesto per raffigurare il mare, o la natura, per quel che è, ovvero un enorme e inconoscibile e smisurato, che sopporta l’azione dell’uomo ma se si arrabbia ciao. Interessante il lavoro eziologico di risalita, alle origini e bla di Moby Dick, per poter dire “questa è la storia vera da cui Melville ha cavato l’epica bianca americana”, nel mare e nell’epica alla fine vien proprio voglia di un bel tuffo and better do not fuck up with white whales! Questo insegna Howie.

Francofonia

Cosa resta, una volta che Cechov e Tolstoi si siano addormentati sul letto di morte? Da rivolgere lo sguardo verso l’Europa, seguendo il filo che indissoluto attorciglia le culture russa e francese. Sokurov dalle molteplici vesti qui crea un documentario che non lo è, innervato di una sottostoria dalla Storia tratta, il rapporto tra Metternich e un tipo che si chiamava tipo Jajajajoujajoujimmy, un tedesco e un francese che ebbero il compito, dalle rispettive parti, di conservare i tesori del Louvre sotto l’occupazione nazista. Vorticano nel montaggio immagini di repertorio, a ricostruire un’epoca, altre di metacinema di Sokurov che fa un film su Sokurov che fa un film ecc, altre ancora volte unicamente ad aggiungere (stratificare) allegorie alla narrazione, la nave carica di quadri in balia del mare è 1,10,100, 1000 and so on Louvre in balia della storia, e anche il finale dell’Arca russa non era dissimile. Quel film è l’appiglio da cui partire per chi si accosta a questo nuovo, da cui diverge per la ricerca estetica più compiuta e concisa. Si percepisce invece qui l’ammirazione, velata di malinconia, e lo stupore genuini per la stratificazione di Storia e memoria europee. Il nocciolo, la noce e domanda retorica dell’autore, è che cosa saremmo noi senza cultura, radici, l’arte del ritratto e senza l’istituzione che di tutto ciò è il contenitore, vascello temporale, il museo. Mentre Napoleone e Marianna fantasmeggiano di notte per le sale deserte, uno ossessionato da se stesso e la grandeur perdue e l’altra che ripete a nastro la triade lib ega frat (un po’ fulminati entrambi eh? Ma hanno vite intense vissuto), mentre passano uno Gericault e una Nike di Samotracia, senza ordine è ripercorsa la vicenda dei due uomini suddetti, l’infanzia, la vecchiaia, con inserti e digressioni molto echiane (come cazzo si dirà?). Sugli assiri, su un tizio amico suo in mezzo al mare ma un po’ tonto e forse non doveva partire. Non esita il regista a intervenire direttamente, con e sui suoi personaggi, a interpellarli e informarli. Il più europeo dei russi, si potrebbe dire, con la pecca, già nell’Arca, di essere solamente, appassionatamente rivolto al passato, fino al rischio di apparire nostalgico. Pur se la memoria è la base, non si aprono squarci di prospettiva futura, verso cui la Storia, e ogni storia, staglia e proietta un’ombra.