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A fondo

Uscita 4: Piazza Angi lberto

Come stare a Porta Palazzo, ma io non lo sapevo. La fermata è Corvetto, ho capito che anche la gialla può andarmi bene (oltre alla verde, che sarebbe l’ideale). Nell’ascensore ci sono le scritte “latinos”. Entro, una tipa nana mi accoglie festosamente, dentro erano in 4 o 5 che mi aspettavano, mi fanno vedere la stanza, mi offrono pane, salame e vino, mentre uno che fa l’impiegato a foodora rolla una canna. Ce la si parla amabilmente, di cinema, cose, case, talmente tanto che perdo quasi tutti i treni. Quindi: zona pessima, coinquilini top.

Il giorno dopo: no grazie, siete chiaramente i best coinquilini evva ma cerco in altra zona, sigh, buona fortuna!

Uscita 5: vicino a piazzale Abbiate grasso

Un annuncio bellissimo, che diceva immerso nel verde e campo da basket sotto. Vado, arrivo in straanticipo, vedo che è uno stradone che porta fuori città, intanto la tipa mi rimbalza di un’altra mezz’ora. Finisco a mangiare una pizza dai marocchini però cristiani sul piazzale, con immagini strambe e caledoscopiche di cristi&marie alle pareti. Arrivo, entro dal cancello e cammino 5 minuti per raggiungere la palazzina. Perché è in mezzo ad altre 20 palazzine, tutte recintate insieme, in un enorme complesso residenziale dormitorio che è una specie di città nella città. E sì, immagino ci sia un campo da basket. Dentro ci sta questa tizia col nome slavo, mas cozza di come sembrava da profilo, che mostra la stanza e poi si collega su Skype con un’altra tipa che sta a Barcellona. Solite cose, simpatia, ci teniamo alla pulizia e bla.

Il giorno dopo: no grazie, siete state mitiche, buona fortuna!

Uscita 6: Lambrate

Arrivato a Lambrate mi perdo, una vecchia mi reindirizza. Il gps del mio cell fa spesso giacomogiacomo, per cui vado regolarmente nella direzione sbagliata. Piove, sono già in ritardo su tutto. Arrivo, c’è un signore bianco di testa e simpatico che arringa 5 o 6 ragazzi. In pratica era una visita di gruppo, con spiegazione totale nel cortiletto (con la pioggia) e poi dentro a due per volta. Ma è tardi, è tardi, è tardi, sticazzi me ne vado – ho l’appuntamento dopo. Intanto avevo visto da fuori le dimensioni della finestra, tipo quelle di un cuscino, quindi anche no. E poi Lambrate era bello una volta arrivati, ma per arrivarci una volta usciti dalla metro si attraversa il niente periferico di qualsiasi orriperiferia, anche proprio no. Finita così, Lambrate per me è out :/

Uscita 7: Porta Romana

Arrivo trafelato e in ritardo, c’è un tizio con barbone che manda via altre due e mostra a me. Zona splendida e top, la casa ha una stanzona sotto insieme a soggiorno/cucina tutto figo e nuovo. E sopra due mansarde, una piccola e l’altra media. Tutto lindo e nuovo. Gli dico che mi interessa la media e lo stanzone, ma costa troppo (650 senza spese :/). La finestra della media è un altro cuscino, ci si arriva da una scala ripida, c’è un bagno piccolo. Il tipo è simpa e mi racconta che gestisce una società di g uardie del corpo.

Il giorno dopo: ci ho ripensato, no grazie mitico, mi sfilo dalla lista dei disponibili anche per la media, buona fortuna!

Uscita 8: Viale Zara

Da questo viale vedo il mio ufficio, quindi anche vicino. Palazzo signorile, il viale è meno incasinato di quanto pensassi. Tappeti rossi all’ingresso, l’ingresso che ti immagini quando vai dall’avvocato. Arrivo e c’è T***. Minchia oh, T*** è un panzone dall’aria sciapa e simpatica, tutto in tuta, di quelli con la maglietta bianca che però ormai è gialla, capello bianco ma non vecchio. E la casa è… come lui :/ gialla, sporca, con 20 bottiglie vuote appoggiate per terra. C’è un tizio in un angolo che non mi degna di uno sguardo (è quello che se ne va). Muri sporchi, in cucina c’è puzza di gas. T*** mi dice che è casa sua (a occhio dei suoi), che affitta per arrotondare e che lui non fa niente, però sta aspettando che un amico apra un’e noteca per andare a lavorare lì. Mi chiede se la sua casa è sugli standard delle altre. Abilmente, oppure no, svio parlandogli di quanto odio le società di intermediazione e i treni.

Il giorno dopo: no grazie, sei stato mitico T***, buona fortuna!

locandina

Sole alto

Ci sono, romeojuliettesche ma con serbi e croati, tre storie, 1991 2001 2011, da qualche parte in Jugoslavia. Gli attori, ma non i personaggi, sono sempre gli stessi: lei brutta ma fexy e popputa e proserpina (?), lui un mix tra Messi e Paul Dano. 1991: Jelena e Ivan si amano, tutto intorno sta montando l’odio e vogliono fuggire a Zagabria. Tsktsk. Quando han sparato piangevo quasi quanto lei, la tromba l’assurdo l’ammmore. 2001: Natascia torna nella sua casa con la madre dopo la guerra. La casa è peggio del gruviera degli elvezi, tutta un buco di proiettile, pezzi che cadono. A rimetterla a posto le aiuta Ante (Ante ripara quest’anta, no scusa). 2011: Luka torna al paesello insieme a un amico cinghiale e tamarro. Anche lui è bello inquartato, tutto intorno una festa con rave e droggggha varia. Ma lui manco da strafatto si scopa la tizia strafatta che cinghiale aveva rimorchiato al ciglio della strada, invece va a trovare Maria, che aveva messo incinta e abbandonato andando a studiare in da big siti. Sottili fili uniscono (le tombe, e il cane cazzo, il cane? Mi sa di sì) gli attori che si ripetono, sugli stessi luoghi o poco più in là. La camera segue i due ragazzi, sempre uguali e diversi e forme dell’amore a ventanni, o dell’avere ventanni, o dei ventanni, o come cacchio si era a ventanni, io mi sa che non c’ero, e lo fa soffermandosi sul quadro e il dettaglio, gli insetti e i cocci, sulla prospettiva inusuale e il pertugio, attraverso cui le emozioni succedono. Bella frase, significa niente. Sopraffatto come detto dal primo, sul finale ho intravisto il percorso, e susseguirsi ideale, così come la guerra, di amore vs odio, composizione del conflitto (ok tramite pompino ma sempre composizione è) insieme alla ricostruzione dalle macerie e infine, dopo la notte (–>sole!), perdOno.

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La memoria dell’acqua

Isolati da whatsoever, vivevano popoli indigeni, in Patagonia, che non avevano una parola per dire Dio, nomadi su canoe di isola in isola, e credevano nelle stelle e nell’acqua. Poi non capisco come facessero ma tutti nudi stavano, che a me vien male solo a vedere le foto, sai che freddo fa, in Patagonia. Va da sè che sono stati trrrrrucidati dai colonizzatori, di qualsiasi tipo essi fossero, eran migliaia e son rimasti in 20, e non veramente dei giovanotti, in fede mia. Perché l’acqua era (è!) la vita, ci dice il regista mentre oceani riflettono luci e piogge piovono a raffiche, e intervista poeti, artisti che spiegano una cartina del Cile, che è lungo lungo, tanto che va tenuto piegato, separato, accartocciato. Il migliore è un antropologo flippato che dice “se io posso essere acqua, allora anche tu puoi essere acqua, tutto il mondo può essere acqua!”. Di eccidio in eccidio, virata sui desaparecidos, come Jemmy Button (wikialo!) era stato comprato per un bottone di madreperla, così nell’oceano un bottone incastonato nella ruggine di un binario, un binario? Sì perché la dittatura del golpe 9/11 era così easy che metteva i cadaveri nei sacchi e li buttava a mare legati a un pezzo di binario da 30 kg. Si sa mai. La tesi perché è che tutto torni/parta/attraversi il mare, l’acqua, la Storia, il che d’un lato brillante non è, ma lo diventa con la prospettiva altra ed altera degli sguardi dei vecchi indigeni, la loro storia, che ripete e ritorna e scava nell’acqua. Dove tanto si trovatorna tutto no? E tutti.

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Io che cerco di non morire

Ci sono io che cerco una stanza a Milano. Trovo che della cosa meriti di essere tenuto traccia perché STO MORENDO. Se non muoio entro la fine di questo mese, poi dormo per tutta la vita, parola.

Finora ne ho viste 8. Annunci e visite stanze devo farle dopo le 18.30, quando esco da lavoro. Quindi salto le cene, salto il dormire, salto tutto. Ma tutto eh. Non me ne è andata bene quasi nessuna, alché ora mi chiedo, ma sarò io che me la meno, che non ho voglia di scegliere, che voglio troppo? Comincio però ovviamente ad essermi fatto un’idea della geografia di Milano, sono stato in posti dove manco sarei dovuto andare, ho visto gente. Dicevo venerdì a un padrone di casa che, se non si dovesse lavorare nel frattempo, tutto questo bailamme sarebbe fin divertente. Oh, diciamo che parliamo di stanze singole a Milano, il posto probabilmente coi prezzi più gonfiati d’Italia insieme a Roma (e Venezia, ma è un altro tipo di città). Per cui in termini assoluti il fatto che toccherà spendere verosimilmente tra i 600 e i 650 al mese per una stanza è PAZZESCO O_O anche perché io ho lavorato per mesi a 400 euro al mese. In termini relativi eh, oh, sticazzi. Non ho ancora capito quali saranno i flussi su cui potrò contare, ma ho deciso di battermene il cazzo e proseguire come se nulla fosse. Alla peggio mi farò fuori quasi tutto lo stipendio così, ma sono talmente traboccante di pendolarismo che nonmenefregagnente, e non scordiamo che dormirò tutta la vita. Altro desiderio ora non ho.

Oh, ah, complimentati perché oggi il marocchino è riuscito a spaccare la chiave nella serratura – è più Paperoga di me, costui. NON è riuscito a tirarla fuori, sono riuscito poi io con una vecchia molla trovata in fondo a uno scatolone, con cui lui NON è riuscito. Insomma, a me le persone con meno senso pratico del mio impressionano un po’.

Bene. E ora te li, me li, racconto tutti. Perché sto morendo, ma mi sto proprio divertendo – fino a che non mi taglieranno la gola.

Uscita 1: viale Nazario Sauro

Viale Nazario Sauro sta sopra a dove lavoro (pensa per mappe), si attraversa a piedi tutta la zona Isola, che è il regno dell’ovatta e del silenzio. Poi si arriva in sto viale O_O il panico e la paura del traffico, pooootpoooot, la tenda dello smog. Vabbè, entro, cortile, casa di ringhiera. Dentro c’è un tipo che mi accoglie sgranocchiando un finocchio, la cosa più triste della terra (io pure sgranocchio spesso finocchi). È la mia cena, mi dice, non ce la faccio più. Nota: chi affitta casa riceve circa centinaia di richieste, e impazzisce, ne ho visti un sacco veramente vicini a farla finita. Stanza, e casa, e lui, il coinquilino, tranquilli, senza infamia e senza lode. Questo vuol stare sempre in cucina perché lui lavora da casa e in camera sua non c’è scrivania. Prima m’ero fatto un giro nella via sotto, c’è un mobilificio e ben 3 (wtf?) posti di traduzioni dall’arabo. Nient’altro, manco un kebabbaro. La tristezza.

Il giorno dopo: no grazie, sei stato mitico, buona fortuna!

Uscita 2: via del Verme

Questa è in Isola, ancora più vicino all’ufficio, quindi la zona dell’ovatta, ma è chiaramente di una società di intermediazione. Che non sono le agenzie, ma un’altra roba che si è buttata nel business assurdo che c’è sugli alloggi a Milano. In pratica propongono centinaia di stanze tutte identiche, appena pittate, coi mobili ikea e dove cambiano solo i colori del variopinto piumino. Ti fanno un flattone a 600-650 euro tutto compreso. Il tipo che esce deve trovare il prossimo che entra, e ha un profilo losco, vuoto. Chiedo a una mia amica di venire con me perché ho paura che mi uccidano. In realtà arriva la tipa del tipo losco, che è tranzollissima, ci porta dentro sta casa, corridoio e poi stanza stanza stanza stanza, di gente che non si conosce, e può arrivare chiunque. Una specie di albergo, ma che chiede una caparra di 3 mensilità (scusa se è poco, un capitale) che da internet dicono alcuni poi non si sa ben se ritorni. Comunque io, e non so se riuscirò, voglio essere scelto, e sti posti dove il primo che accetta entra anche no – oh, se proprio fossi alla frutta, con queste società una stanza si trova subito; basta uscire quei 1800 euro sull’unghia.

Il giorno dopo: no grazie, sei stato mitico, buona fortuna!

Uscita 3: Corso Garibaldi

Questo era pazzesco, al centro del mondo. Come stare in Via Roma a Torino. 15 min dall’ufficio, in casa un tipo napoletano tutto impettito e col gilet e la cravatta mi mostra una stanza ABNORMEMENTE grossa, a 610 euro. Impossibile dirgli di no. La mia amica, e io pure, tutto il tempo con gli occhi O_O Un ex soggiorno talmente grande che i mobili dalle foto credevo non ci fossero, ma c’erano e non si vedevano. Ci si potevano tenere dei corsi di yoga. Zero caparra, 45 giorni di disdetta. Uao. Poi altri soldi per la donna delle pulizie e taaaac. Gli ho detto di mettermi tra gli interessati, non l’ho mai più sentito. Peccato perché era splendida, per fortuna perché eran troppi soldi e lui era gentilissimo ma non so come ma mi stava sul cazzo :/

…purtroppo, continua. Non so per quanto O_O almeno altri 5 già visitate (e rimbalzate) le ho.

Da ora non tocco più terra fino a venerdì sera. Di appuntamenti nei prossimi giorni ne ho già boh, 5 o 6. La direzione sembra molto l’autodistruzione.

Whiplash

Macciao, mi diceva lo schermo appena buio di un cinema dove non entravo da un po’. Perché non c’è niente al cinema, e meno male retrospettivavano il mio più clamoroso buco di 2 barra 3 anni fa?
Andrew suda, ehm, studia, batteria in una scuola per jazzisti di un’anonima NY, cinema e pizza. Viene fatto salire di livello da un prof, Fletcher, una lucertola bombata di steroidi e vestita con magliette nere attillate da bodyguard di localacci (no ma elegante eh. Classy), il quale riesce a fare battute sessite prima di aprir bocca 3 volte. Tra l’altro. Perché non ci sono musiciste jazz donne in questo film? Ma è davvero così? Bisogna infilare il pene in un buco nel muro che in realtà è una serratura che apre il portone del meraviglioso mondo del jazz, per essere musicisti jazz? Per entrare in un mondo di band e musicisti dove la pietà è bandita, tutti si vogliono fare le scarpe e vieni sostituito appena ti si incrina un’unghia e se sbagli sparati e se non sbagli sparati lo stesso che è utile. Vabbè, basta, il film è qui, un susseguirsi di sdrummate, Fletchy che insulta tutti e provoca e sobilla e mette contro la gente per farli andare oltre il limite, ripetendo a pappagallo che Charlie Parker non sarebbe diventato Bird se Jo Jones non avesse cercato di decapitarlo tirandogli i piatti in testa. Quindi tutto diventa una prova fisica, non è solo musica ma tempo e sudore e sangue, che Andrew spande e spalma sulla batteria, ripreso da vicinovicino che hai paura ti schizzi. Rinunciando a una che di smollarla sarebbe stata lieta, sfanculando parte della famiglia, perché lui preferisce crepare presto ma esser ricordato. Che picio. E poi di nuovo, ulteriore spasmo finale identico a tutti i twist precedenti, e non dirmi che un cazzo di incidente in macchina quando vai a 100 all’ora in città è un colpo di scena. Un panda rosa che entra nell’inquadratura con una capriola e urlando WHOOOOOOOPI GOLDBERG è un colpo di scena. Anche di scema, mi sa. Comunque l’incidente è quel che ti meriti, asino. Quel che è interessante è il jazz, che portacelo al cinema e alle insipienti masse se riesci (mi includo), e poi la commistione di tanti generi americani, molto anni ‘80 a dire il vero, piuttosto virtuosamente declinati al servizio del genere musicale. I film di Stallone, oltre il limite è Over the top, un palese istruttore Hartman di Full Metal Jacket. I concorsi, i giovani che lottano e vengono sconfitti e risorgono, la guerra fra titani protagonista/antagonista, ma alla fine i giovani vincono, perché loro hanno talento e forza di volontà, ohssì, e qui anche se non esplicitamente a suo modo ce la si fa.
Ce la siamo sudata.

Truman

C’è sto tizio spagnolo e calvo, Tomas, che parte dal Canadà e va a Madrid. A trovare Julian, suo amico di sempre, che vive solo con il cane Truman. No non la so la razza, maniaci. L’è’n can. O muore, piuttosto, perché ha un cancro – sempre ai film allegri finisco, giuro prossima volta mi guardo il panda – al cervello, glom, e insomma basta, ha combattuto tanto e non ne ha più voglia. Useless. Sta ancora quasi apparentemente bene, e con Julian si accingono a fare cose, risolvere situazioni. Prima di tutto che fare di Truman? Si tratta di uno di famiglia, affidarlo a una coppia di lesbochic con figli adottati? E la bara, e l’accompagnamento funerale per il musicale? Insieme proseguono, tappa dopo tappa, i giorni pieni di riflessioni e pensiero e momenti buffi, che scaturiscono da un vivo che si occupa della sua morte come ci si occuperebbe di un trasloco. Sì ok. Vanno ad Amsterdam dal figlio viziato, che studia lì e vive su una barca (“da giovani, si dorme-scopa-fuma e si ascolta musica tutto il giorno”, dice. Ah ma cazzo davvero? O_O). Nico (le fils) sta lì con una franco-cozza (francozza?) pazzesca, che sei ad Amsterdam perdiana e… bom. In generale il tocco è lieve, non c’è pietismo ma piuttosto il dolore della perdita che ognuno deve elaborare in anticipo, e conviverci; Julian è un fuckin guitto con gli occhi magnetici e la battuta iperbella e iperpronta sempre, che incarna la vita (e la morte) di ognuno come può. Tomas il contraltare, più riflessivo, e l’amicizia tra i due è una storia bella reciproco di riconoscimento, a fondo, e accettazione, di difetti e scelte dell’altro. Se vuoi morire, e me lo dici così, ok, muori. Quel che siamo stati e quel che siamo vale. E te lo tengo io sto cazzo di cane!

Umpf okok, lo faccio

Non è successo nulla a parte tutto. Ci ho messo circa uhm un mese a telefonare a chi dovere e dire HEY! Mi serve andare Mi.

Le faremo sapere, risposto fu.

In realtà verrà offerto qualcosa, che io credo accetterò a prescindere, l’unica differenza è che posso esserne contento o meno. E se meno non so, poi tocca inventarsi cose.

Qui ci sono i thecomunisti che cantano Completamente.

Intanto penso penso penso, non ho ancora detto qui che andrei via. Finché non lo dici non accade. Dire è fare (è baciare è lettera è ccetera).

Da una superficiale prima rassegna sulla stanzistica a Mi, provincia di Mi, le stanze costano un botto, ma tale era il botto che mi aspettavo che costano persino un filo meno di quel botto. Poi delle zone non ci capisco un cazzo, per cui fo una gran fatica. Ci fosse una roba per cui non fo una gran fatica. Oggi ho di nuovo sbagliato sala al cinema. In effetti, queste cose a chi non va al cinema da solo non accadono. Il resto esiste a malapena.

Ieri sono andato a sentire Bello Figo, e ora mi sento parte dell’avanguardia culturale del paese. Trovo adorabile che ci sia qualcuno, a destra e manca, che riesca a prenderlo sul serio, quindi non stupisce che esistano le guerre.

Intanto c’è troppa gente che va ai concerti, non si fa in tempo ad adocchiarne uno che zap è esaurito. Ma rio banale -_- per non dire dei miei fallimentari tentativi di sentire i nuovi Baustelle in qualche Feltrinelli, oh, li odia chiunque, e invece c’erano le code chilometriche. Una volta ero nell’antisala dell’antisala della sala. Aridatece la televisione, fuck.

Ho sempre fatto, perché sono infinitamente abitudinario, molta fatica a perdere, anzi no, ad abbandonare la forma dei luoghi dove ho vissuto, mi sembra che tutto non possa essere diverso da quel che è qui e ora. Per cui non riesco a immaginarmi. Però non son preoccupato, mentre forse dovrei, solo dispiaciuto, e rinfrancato, lo vedo come un momento in cui finalmente potrò dormire come ogni grande religione monoteista che si rispetti comanda.

Ho comprato tutto per lo sci. Solo che non ho le ferie per lo sci. Per cui inzomma. Ho tenuto gli scaponi nuovi al centro della stanza per una settimana. Oggi li ho spostati, ma forse avrei potuto lasciarli lì e passarci l’aspirapolvere intorno. That’d be fun.

Programmo di fare un giro di consulti nei prossimi giorni, e poi occorrerà fare sul serio. E la sola idea quella sì, manco a dirlo, mi terrorizza. Ma insomma. A buttare soldi capaci tutti, per cui maybe persino io.

Perfetti sconosciuti

Tre coppie + una candela, che è Battiston, e a me in un film frtancamente basta che ci sia Battiston; a Roma? A cena a casa di una delle tre. I più si conoscono da sempre, c’è di luna un’eclissi mano a mano più totale e il gioco consiste nell’appoggiare tutti il cell sul tavolo e leggere ogni tex/mex (vorrei delle enchiladas grazie) di qualsiasi app, rispondere in viva voce a qualsiasi chiamata. Va da sé, non l’avessero mai fatto, ne arrivano di ogni, quasi tutti tradiscono tutti, gente che fornica, i cani, le cavallette, uno ne tradisce addirittura due contemporaneamente, quello è frocio, guerra di corna, esasperazione, fino al rewind finale, quando tutti ormai esplosi erano. Cinema da camera – da salotto – con raccolta di tipi umani, variegati e simpa, a chiunque modo di identificarsi. Perché il tema è che loro siamo noi, e abbiamo cellulari in cui c’è una vita, la nostra, nascosta ma a rischio, e se ne perdiamo il controllo BAM, moriamo. In senso lato. Fin troppo mi sembra sottolineata la colpa del cell (o della tecnologia), quando invece non è che una nuova interfaccia su cui agire/compiere/visualizzare corna varie e sentimenti che in realtà sempre ci son stati. O io cazz o ne so, prima non c’ero e potrei benissimo mettere il mio cell sul tavolo. Il che ora che ci penso mi rende assai triste. Però il problema è postmoderno e vero, tutta sta cazzo di gente che mette il cell sul tavolo non è fastidiosa? No al ristorante, dico 😀 è vero e affrontato da una sceneggiatura elaborata (si son messi in 18, tipo quelli di Boris), brava nello svicolare dai percorsi ciechi e nell’alternare personaggi e situazioni, cinismi e comicità, in continuazione, sostenuta da una buona rappresentanza dei meglio attori della generazione italiana matura oggidì. Al di là dell’artificio usato per chiudere, c’è la morale deprimente, e molto italica? del siamo tutti così, pronti a mentire sì per proteggerci, e fin qui ok ci può stare, ma proteggerci dalle nostre – nostre? vostre! – (sentimentali) malefatte, di cui sembra che proprio non si riesca a fare a meno. Va da sé che la meglio figura chi la fa? Il gay. Boh, te l’avevo detto all’inizio.

Land of mine

Siamo in Germania. Ah no non siamo in Germania (je piacerebbe, ai personaggi, essere in Germania), ma in Danimarca, appena appena dopo la guerra. Andò proprio circa così eh. Verso la fine della guerra i nazi chiamavano alla leva i ragazzini di 13 anni. Per cui alla fine in Danimarca restano prigionieri centinaia di soldati tedeschi, perlopiù ragazzini. E vengono prima addestrati, e poi mandati sulle spiaggie della costa occidentale, dove gli stessi tedeschi, aspettandosi uno sbarco alleato, avevano nascosto sotto la sabbia grosso modo 2 MMMMMILIONI di mine. Mina più, mina meno. Bon, per cui quasi tutto questo lancinante film mostra questa squadra di 14 ragazzetti, carponi, sulla sabbia e nel mare, metro dopo metro, ad affondare bastoncini nella sabbia. Se senti TOC scavi, trovi la mina, sviti, estrai il detonatore o quel che è. E poi di nuovo avanti di bastoncino. Caldamente consigliato non commettere errori o distrarsi. Uno strazio, conta che io son stato abbracciato con me stesso per quasi tutto il film, la sublimazione della storia della bomba sotto il tavolo di H&T.
La squadra vive in una baracca su spiaggia, bellissima e recintata e deserta sul freddo oceano, controllata da un sergente di ferro danese, che parte Full Metal Jacket (solo che questi son tutti chiodi, quindi non può urlare Palladilardo!) e inevitabilmente finisce poi per instaurare un rapporto umano. E meno male, almeno lui riesce a smarcarsi dal ruolo di vittima divenuta carnefice per vendicarsi dei torti subiti, con chiunque altro che a questi poveri nazi kiddos fa qualsiasi cosa. Loro, essendo kiddos, hanno giustamente sogni e paure da kiddos, e vogliono sognare il futuro e vogliono la mamma – e giustamente, condivido! Il titolo inglese è anche un non so quanto intenzionale pun, visto che il sergente all’inizio urla “Questa è la mia terra”, mentre pesta un prigioniero nazi. Ora, se non fosse che muoiono quasi tutti saltando su una mina (pure il cane!) quindi dirlo è un po’ bislacco, meno male anche che c’è il lieto fine al termine della spirale di violenza ed esplosioni, perché altrimenti me la sarei veramente presa.

High Lamento superpiù speed

Milano, dall’alto, 17.30. Un tramonto rosa chimico si è appena schiantato a terra. Sul piano non resta nessuno.

Per cui. Sto in un grattacielo, da solo, a pensare che TRENITALIA DEVE MORIRE. E le lamentele degli altri già son noiose ma delle lamentele dei pendolari non fotte un cazzo a nessuno, e comunque non c’è un cazzo di nessuno, per cui non potrei dirlo manco volessi importunare persone. Intorno a me le luci a rilevamento automatico si spengono una via l’altra. Resto praticamente io in una inutile cittadella di luce al centro. Da oggi gli abbonati al frecciarossa (che i pendolari amano piuttosto chiamare fecciarossa, o frecciarotta) possono salire solo sul treno dove hanno la prenotazione. Dal momento che le persone sono molte (circa 1600 sulla mia tratta) e vogliono prendere tutte gli stessi due treni, evidentemente non ci stanno. E sai perché li vogliono prendere? Perché sono quelli alla cazzo di ora a cui si finisce di lavorare. INIMMAGINABILE NO? Esca Topo Gigio e urli “Che cosa mi dici mai!” I treni sarebbero per amor di cronaca il 9638 e il 9576, rispettivamente delle 18.05 da Centrale o delle 18.45 da Garibaldi. Oggi alle 17 non c’era più nessuno, io sarei stato così felicio, e mi era stato detto, di andare a prendere il 9638. Che poi quello almeno è abbastanza puntuale, mentre quello dopo, che arriva da SALERNO (voce fantozziana) quando va di lusso viaggia con 15 min di ritardo. Se invece va male morte, perché l’alta velocità è veloce ma è sempre rotta, e c’è una sola linea, e se si rompe il treno prima del tuo su quella linea non si muove più una paglia. O il pensiero che il tuo treno non arriva perché c’è stato un acquazzone a Napoli ed è cascato un palo, ma ti pare? Sai dove te lo metto il palo di Napoli? O altre scuse inverosimili, una volta la voce automatica ha detto che il treno era in ritardo di 40 min per investimento di grossi animali sulla linea. MA TI PARE CHE CI DEBBANO ESSERE DEI CAZZO DI GROSSI ANIMALI o similia SULLA LINEA DELL’ALTA VELOCITA’? E insomma che per gennaio la guerra l’ho persa, avuto l’abbonamento il 27/12 (perché non c’era modo di averla prima), sui 21 ritorni che mi sarebbero serviti 11 non sono riuscito a prenderli, e ho dovuto prenotare il treno successivo. Che vuol dire stare qui, stare qui, stare qui, anche quando potrei stare lì, stare ecc.

Non posso tornare a casa O_O sono prigioniero della torre, mi sento Raperonzolo, Fantaghirò e Falbalà e mi esasperano STE CAZZO DI LUCI CHE CONTINUANO A SPEGNERSI E SE NE VANNO A CASA PURE LORO VAFFANCULO u_u

Quindi. Non credete a Hugh Grant. I fecciarossa sono pessimi e se li vedesse uno che lavora, che so, in Trenigiappone, creperebbe dal ridere. Se venite dal sud verso nord contate almeno 15 min di ritardo, soprattutto sui treni che fanno tutte le fermate intermedie. Tipo la fantastica e fantomatica Reggio Emilia AV la quale, come è noto a tutti, non esiste – o al massimo è una cattedrale nel deserto del ragù. E piantatela di portar su mozzarelle in scatoloni di polistirolo, soprattutto se perdono. Soprattuttissimo se perdono sulla mia testa. Oh, e non parlate al telefono, in treno, porco clero, mai più di 10 minuti. Siete ineluttabilmente fastidiosi. Dei bambini manco ve lo dico.

Bon, le mie quattro luci, le miriadi sotto, resto qui. Aspetto con ansia la filippina che pulisce i bagni alle 18.15, al suo arrivo il mondo s’illuminerà.

Steve Jobs

Parole parole su SJ. Come non ce ne fossero abbastanza. Diviso in tre atti, mostra i retroscena e primascena e sottoscena dei lanci di tre prodotti, Macintosh, NeXT e IMac, nei rispettivi 1984, 88 e 98. Embè? Eqquindi queste presentazioni, stando a quel che si vede, per lui erano uno stress assurdo perché ogni volta gli passava tutta la sua vita davanti, con personaggi vari che arrivano a ricordargli che deve, che questo, che quello, che è stronzinsensibile ecc. E lui è tutto questo, parole parole su SJ, carismatico e visionario che non sa fare un cazzo ma vede l’insieme e oltre e sa far funzionare i pezzi singoli. E la sua vita privata sucks, perché è un mostro ma si inventa il punta e clicca, ebbasta con ste banalità, e la camera segue dietro le quinte le porte si aprono si chiudono, spunta la figlia da un cunicolo, spunta Woz che si lagna, ottimamente interpretato da Seth Rogen che è un paciugone, ed è così, anche Woz nelle interviste è sempre stato un paciugone, e il paciugone era un gelato della Motta tanti anni fa. Nei movimenti dietro le quinte e nei camerini ricordava la frenesia che seguiva i personaggi di Birdman. Spunta il fantasma dei Natali passati, no, spunta la sua assistente, che è tizia cosa Kate Winslet, l’unica a sopportarlo e non se ne comprende del tutto il motivo. Spunta Jeff Daniels, che fa il CEO Apple e prima lo tira su, poi giù, le guerre di potere nei consigli di amministrazione e bla. E dire delle donne che vanno al cinema solo perché Fassbender (o altra star hollywoodiana equifunzionale) è figo? Io se voglio veder della figa guardo un porno, ma vabbè, polemica mia u_u Fassy fa comunque un figurone, intenso e antipatico, a parte non poter nascondere braccia enormi e muscolose che SJ poco verosimilmente aveva, poi alla fine si mette dolcevita e occhialini e new balance e BAM! (quasi) uguale. Tra insuccessi, lo spottone storico di 1984, l’idolatria dei nerdoni in attesa delle presentazioni, prima dell’ultima finalmente anche lui cresce, e accetta di avere una figlia e volerle bene e che forse sarebbe anche il caso ogni tanto di emettere qualche segnale in tal senso. Quindi è una crescita no? Non agiografico perché è abbastanza jackass con tutti, ma nemmeno lo affossa, una specie di artista chiuso nel suo mondo di angoli smussati perché sono più kawai ^_^ e incapace di far quadrare il cerchio dell’empatia con altri umani essere. Ma che ‘cce frega, noi c’avemo il mac sottile e liscio.
Io ovviamente no. E non ho capito perché sul mac manchi il tasto Canc. Ma il ragazzo era così, bizzoso e volubile e spesso aveva TANTA ragione da rivoluzionar solo quasi tutto.

1981: Indagine a New York

Abel ha il culo molto basso, mentre corre attraversando New York fatta di depositi, ferro e ruggine. Bella NY, non ci vivrei – e nella fattispecie tutti i personaggi qui dovrebbero essere morti di tetano. Perché lui è nu pocc yuppie, e corre ma poi si veste cool e coi guanti e ha sta faccia da boss del narcotraffico, invece è un onesto commerciante di, di che, nafta? Olio combustibile? Vabbè, che vuole fare un grosso investimento per ingrandirsi, ma al contempo qualcuno sta attaccando e svuotando tutti i suoi tir, e pestando i conducenti, ma al contempo la pula bussò, e lo stanno per portare a processo anche se lui sa di avere le mani pulite. Infatti la contabile era quella topa di sua moglie, figlia di boss da cui lui si vuol tener ben lontano, e la quale chettelodicoaffare aveva taroccato il mazzo. Per cui l’idea del film consiste in costui che vagola cercando di fare la cosa giusta, letteralmente, in un mondo dove succede la qualunque. Per lo più si prende delle gran botte, metaforiche e non, continuano a sovrapporsi problemi e lui “TRANQUILLI, GHE PENSI MI!”, e poi invece non la più pallida idea di che pesci pigliare. Molto tipo Paperino, se vogliamo un riferimento colto, al bivio con via crucis. Bisogna piegarsi e adeguarsi al contesto oppure rispettare le regole, n’importe quoi? Il tutto su uno sfondo da film anni ‘80-’90 (oppure ‘81), tipo quelli con Gene Hackman che inseguiva i gansta in macchina. Ci sono le famiglie maffia che fanno le riunioni sentendo Una lacrima sul viiiiiiiiisò, un sacco di ruggine (dissilo? ahah, dissilo), corruzione dappertutto e l’81 è stato a NY un pessimo anno. Lo sapevo, infatti mi è sempre stato sul cazzo, l’81.

Chi è mare e chi lago

Avevo chiaro ieri in mente una e quattro cose che volevo scrivere. Me le sono segnate e ho salvato. Non ho la più pallida idea di dove.

Penso di essere come un lago, nel senso che finché non mi tiri dei sassi dentro non accade nulla. Un lago è immobile e, dettaglio non trascurabile, trasparente. Mentre invece c’è chi è come un mare, e straborda di qua e di là e esce e bagna e sporca e riluce. Detta così sembra quasi che ci si auguri di essere lapidati, il che ovviamente non è.

Le persone che parcheggiano in centro

Ieri ho visto un difetto del vivere in centro, la gente che cerca parcheggio sul far del sabato sera. Gente che lasciava amici a tenere il posto mentre girava l’isolato. Gente in retro a 50 all’ora, che si fiondava su un posto non visto rischiando di falciare uno che passava a piedi. Qui c’è la guerra per il parcheggio. Che poi la soluzione sempre quella è, non aver più le macchine. Spiace per la simpatica industria automobilistica, ma quella è. Non si può aver tutti la macchina, e pretendere che ci sia posto per tutti, e stupirsi che non c’è, e pure che poi c’è lo smog. Sempre non averla.

Sempre solo, loro a coppie, io a gruppo che non c’è

La percezione di solitudine mia aumenta. Sono a un’età alla quale o le coppie si sposano o esplodono. Comunque tutti ragionano per coppie. Vengono fatte uscite di coppie a cui non ha senso essere invitato. E da un lato mi spiace, dall’altro non è che sia proprio il mio ideale. Poi è tutto così relativo. Non sono uscito ieroggi, ma ero uscito i tre giorni prima. Più due o tre credo volte al cinema. É esser soli? É che gli altri pensano a coppie, io penso a gruppo come al liceo, vorrei il gruppo che si riunisce al pub al sabato come al liceo, che non ho e come al liceo non avevo. Invece le coppie dopo i 30 adottano uno schema flessibile in cui si fa ora questo ora quello, e a ogni giro ci si organizza con altre coppie.

Al cinema coi vecchi che non deambulano

Anche il cinema, non riesco a non esser snob sui film degli altri, gli ultimi due che ho visto erano un polacco e un argentino dove c’era una figa pazzesca. Nei cinema dove vado sempre e solo vecchi del cazzo, io sarò un ottimo vecchio del cazzo, loro hanno ottimi gusti. Oppure vanno a vedere TUTTO, non scarterei questa possibilità. L’ultimo ero talmente il più giovane che alla fine non si riusciva a uscire, perché ce n’erano svariati in coda all’uscita con abbastanza seri problemi di deambulazione :/

Il corollario a una serata

C’è un corollario della serata di cui al post precedente. É finita a fare quel giochi tipo la bottiglia e obbligo o verità, con lo scopo implicito di dire porcate ma non troppo. Solo che non avendo porcate mi sono sentito assai loser. Chi non ha mai scopato in acqua? Io. Chi non ha mai… lascia sta, sempre io. Io tutto. Il che per me è molto disagevole, perché dove non ho la certezza che le mie insicurezze siano note soffro e tendo a scomparire. Invece sulle insicurezze sto a mio agio assai. La psi sostiene che sono casi in cui ognuno dice la qualunque, e potevo tranquillamente ironizzar su tutto. O mentire, ma non posso per principio. Eh ma gli altri lo fanno. Eh ma sticazzi, ne fanno di cose gli altri. Per cui bene ma male, nero ma bianco, zuppa ma pan bagnato.

Vado a vedere un film. É talmente mainstream questa volta che sono persino disposto ad aver qualcuno accanto–> sono passate 4 ore, al film non c’era nessuno, l’anima non conta.

Intanto è esploso il fenomeno Bello Figo che dabba la Mussolini. Mi sono sentito profeta, riferimenti e approfondimenti.

Oh, io ho anche speso 8 euro per un concerto venturo. Sì, suo.

Revenant

Quindi già dal prologo si capisce che DiCaprio ha litigato con lo shampoo. Dov’è Powaqa? Western del freddo nord, antitetico al più classico Grand Canyon. Somewhere over the rainb… Missouri, da qualche parte nella storia della frontiera, una spedizione accampata sulle rive del fiume si appresta a partire carica di preziose pelli. Accampata malissimo, stanno proprio sotto una collina e non vedono nulla di cosa ci sia oltre. Non serve essere Napoleone per non accamparsi lì eh, ma vabbè, il comandante l’è tant un brav fanciòt ma non è una cima per tutto il film. Dunque per gli indiani è uno scherzo piombargli addosso e ammazzarli quasi tutti. Si salvano in una dozzina, che guidata da Hugh Glass e dal figlioletto mezzosangue e mezzafaccia cercano a piedi di tornare da dove eran venuti. Gli indiani li inseguono, hanno un capo che qualsiasi cosa accada dice “Sono loro, hanno rapito mia figlia Powaqa!” In una scena dolorosa come poche, un’orsa che difende i cuccioli fa a brandelli Leo, che viene abbandonato morente dai compagni e tradito da un tipo badass whose name’s Fitz. Si parte da qui, si trova mezzo morto in mezzo al niente, e deve cavarsela. Non è quantificabile il numero di sofferenze indicibili e tormentose attraverso cui passa Glass, che perde sangue da ogni buco, si cauterizza ferite con la polvere da sparo, si fa delle tracheotomie, dorme dentro a carcasse di animali morte (questa, dimmi di no, era presa direttamente da Man vs wild di Bear Grylls, che lo faceva già nel 2009) e risorge e sopravvive enne volte. Al punto da sembrare immortale, una cazzo di divinità antropozoomorfica grazie alle pelli che indossa, che attraversa i boschi e le acque ghiacciate; io che solo ero spettatore avevo freddo per lui, e ho terminato il film che sembravo un igloo di giacche, con la testa a mò di camino. Oh, hai mica visto Powaqa? Sì, è andata di là. Lui è immortale, mentre tutti quelli che lo aiutano muoiono male. Ed era talmente screpolato lui che avevo voglia di mettermi il burro cacao. Il tutto sullo sfondo di una natura incontaminata/indifferente da National Geographic e oltre, immensa, con una fotografia pazzesca e tutta fatta con la luce naturale, il cuore dell’America. Sul serio, roba da guardare mentre qualcuno in sottofondo legge Walt Whitman, e citare a caso WW è sempre bello. La lotta tra uomo e natura raramente è stata resa cinematograficamente così bene, e fondo, all’estremo. E a Inarritu tutto si può dire ma non di non provare ad allargare gli estremi. In questo regno tutto è materiale e fisico, le persone sono fatte di buchi, cuciture e cicatrici, che portano sia dentro sia fuori. Tra tante crudità, si inseriscono una serie di sogni/ricordi/stommale vagamente romantici e pacchiani, che ho trovato funzionali al racconto quanto banali. Poi torna il rombo di vendetta natura e sangue. La sofferenza passa dagli occhi di Leo a quelli di chi guarda. E ce li si immagina, Ina e Leo, col primo che dice al secondo: “Leo, io più che farti sbrindellare da un orso non so che fare, se non lo vinci così non lo vinci più. Dai che ha chiamato Powaqa, andiamo a farci una birra”.

Carol

Non dargliela! Quella ti vuol solo scopare! Therese è una giovanotta che ricorda per nulla velatamente Audrey, lavora in un grande magazzino, reparto giocattoli, dove tutti i commessi devono mettere il berretto da Babbo Natale. Incontra Carol, signora impellicciatinsopportabile, che cerca un regalo per la figlia. Si conoscono. Sempre di più. Sempre di più. Carol è più vecchia (brava eh, per carità, cosa Blanchett. Figa 30 anni fa ma brava), se la porta a casa, sta divorziando. Therese è insicura, e poi sai, ha questo problema che tutte le persone con cui parla glielo vogliono appoggiare. Carol a suo modo compresa, in effetti. Vita difficile. Stanche-stufe, degli orizzonti sociali patinati e artificiali in cui si ritrovano confinate (ah, on est dans les années ‘50), la prigione alto-borghese e il berretto di Babbo Natale + sorriso, partono per un viaggio. Dove andiamo? Boh, vai di là. Di motel in motel, sole, ravvicinate, scopano e bam, un tizio le spiava per usare il lesbismo come prova in tribunale per toglierle la figlia. Eh io te l’avevo detto eh, di non darla a sta vecchia. Porta solo guai. Tutto è elegante e raffinato e vintage qui, non cosa ma le immagini stesse che rappresentano; fatto sta che Carol mi è subito stata profondamente sul cazzo, annoiata viziata fancazzista, poi a un certo punto si offende col mondo perché si accorge di vivere in una società che proprio sucks. Fino a che se la girava in macchine belle con vestiti belli non mi pare si facesse questi problemi. Buttata giù dal suo altare, finalmente si ripiglia, e non voleva nemmeno solo scoparla, tttenera <3; meanwhile, Therese decolla da sprovvedura ragazza di provincia in cerca di fortuna nella grande città e atterra come la solita hipster, di cui è pieno il mondo e son pure gnocche ma non significa che siano distinguibili, che gira col basco storto da artista e lei fa la fotografa perché c’ha stile, armata delle solite tette a punta anni ‘50. Insomma, empatia zero, impeccabile confezione, mi pare di capire che nel 52 a New York di simpatico non ci fosse nessuno. Perché poi la cosa bella è che tutti gli altri personaggi intorno sono o stupidi o bigotti. No, t’ho detto, un postaccio.

Come se io le donne voi

Sempre un po’ più convinto. I cinema soprattutto. Secondo me là non ci sono i cinema così belli di qua. Così vicini e miei. Così a 4 euro poi. I cinema 😥

Ho desessualizzato tutto. Questa me la immagino ballando muovendo le braccia ora a destra a ritmo ora a sinistra. La gente infatti non mi capisce. Che è anche il motivo per cui le relazioni degli altri mi piacciono tanto, adoro spettegolare in mancanza delle mie. Poi arriva il momento in cui chiedono “e tu?”, e io in effetti niente, e non è che menta, e non è che piperita (glom), e non è che niente. Nota che è una vita che ascolto stronzi dirmi “bella la vita da single eh?”. Annuisce con fare distratto. É che in effetti non vedo non guardo e non provo, le relazioni per me non esistono, chi mi parla di attrazione sessuale mi da fastidio molto più di chi mi parla d’amore. Allontano tutto, di questo passo potrei finire per andare in giro con una maglietta con su scritto V IETATO SCOPARE. Fosse per me non scoperebbe nessuno, il deserto, per sentirmi meno a disagio-io.

Non faccio commenti sulle ragazze, a voce ne sono letteralmente incapace, tranne se parlo con quelle 8 persone che mi conoscono, testo e contesto. Gli altri, quest’entità astratta e ostile, mi hanno chiesto spesso nel tempo se fossi gay. Più per mancanza di una spiegazione ai miei comportamenti che per qualche motivo concreto. Si procede per tentativi. Ma che non sbavi, sei gay? Ma mò, lasciatemi sbavare dentro ç_ç scusate, è che sbavare vobiscum mi disgusta.
Fosse per me non mi farebbero sentire sbagliato con quel che si suppone che. Siano le persone. Io non sono non trovo e non cerco, e di quando trovo ricordo più sensazioni spiacevoli che altro. Io invaghito, è uno stress pazzesco. Io geloso poi, insopportabile. E noioso, mi sento di pancetta una fetta sulla griglia. Io invece stanco: whoah! Perfetto, lamentosamente splendido, impotente ma eroico, a fare il pinball sul treno. Una persona che parla solo di treni.

Prochainement, vado a una cena con 4 ragazze, e 3 di queste potrebbero piacermi. Io in realtà avrei voluto scrivere: a 3 di queste lo metterei volentieri in bocca, ma poi mi è sembrato un po’ greve u_u

Diamine però, 3 su 4 è una media pazzesca, credo non mi capiti dalla 4 ginnasio di stare nella stessa stanza con almeno 3 ragazze che mi sembrino carine (I’d say gnocche, ma vabbè). In genere la media è 1/3 o 4*.

Che poi, io a dormire da gente che conosco ma non troppo penso sempre che mi ruberanno un rene. O avrò freddo. Rischi esiziali del genere. Kim cura cancro e ebola e io ho messo dei soldi in banca. Secondo me perderò tutto. Vedo, guardo e ansia.

Ti guardo

In una chiassosa Caracas (Maracas? ok, mi sotterro) ci sta Armando che compra ragazzetti adò poveracci alla fermata del bus, li porta a casa, li fa spogliare e ci si masturba su, touchless. Arma ha un lab di prot dent (e la bru del ca ha un bu nella go), vive di solitudine, ricordo e odio macinato (capisci? Venezuela! Caffè! Luoghi comuni!) verso un riccastro che ogni tanto pedina e si suppone sia una specie di suo padre che manco lo conosce e… t’ho detto, ragazzetti, lui c’ha il cash. Uno di questi si chiama Elder, tipico bulletto di strada, povirazzo, che anziché spogliarsi lo colpisce al volto. Prendersi una statuetta di ceramica orribile in faccia scatena in Armando l’istinto paterno, o qualcosa del genere. Cura Elder quando viene menato, senza chiedere nulla, gli compra cose. E in amor vince chi fugge, per cui il rapporto, la parte di manico del coltello (non era una metafora sessuale!) a poco a poco si capovolge, con Arma che lo tratta da figlio e Elder, che è vita-vitale-vitamina, che vuole scopare e cerca un rapporto sempre più fisico. Purtroppo, alla fine si scopre il piano di Arma, il quale, come insegnava uno che conoscevo, punta a scopare il cervello al figlio della strada, in vista del twist finale. Tutto era pre-visto e vince l’odio, e lo iodio che servirà a Elder, il quale si sottende piglierà botte per tutta la vita → sei nato povero, ci resti. Messinscena di un rapporto tra solitudini e tra classi, tra solitudini di classe, squilibrato per i soldi con cui il vecchio compra e accudisce il ragazzo all’inizio, drogando la relazione. L’amore omosessuale è il climax, del cigno il canto, di questo legame, ma è vero, ma è finto, ma è entrambe le cose. Il tutto sui rumori della città, povera e viva come la carne, sui ricordi sfuocati custoditi nelle fotografie della casa di Armando, il quale sembra ma non può essere felice. In quanto povero, Elder potrebbe essere felice. Ma è povero (tiè), quindi se la prende, prosaicamente o letteralmente – e queste battute non si dovrebbero più fare – in quel posto u_u

Il figlio di Saul

Incubo, clangore, morte, ferro, fuoco, sfuoco. Auschwitz, ‘44. Uno degli ebrei scelti dai nazi come manodopera per perpetrare lo sterminio, detti sonderkommando, è ungherese e si chiama Saul. Insieme agli altri sonderk, accompagna i nuovi deportati alle docce, le ripulisce dei cadaveri, fruga nei loro vestiti rimasti fuori. Li butta nei forni, sparge la cenere nel fiume. Insomma, dai. Un lavoro di merda. Ok, scusa. I sonderkommando sanno che dopo pochi mesi saranno terminati e sostituiti. Tra milioni, sceglie un cadavere, di un ragazzo sopravvissuto al gas e poi ucciso a mano da un medico, comunque interessato a vivisezionarlo. Il solito approccio analitico teutonico ai problemi. Quello è mio figlio, dice Saul agli altri, e cerca un rabbino per seppellirlo. Ovviamente, da contestualizzare alla situazione in cui si trova, ove tutto è assurdo al punto da lasciare increduli di fronte all’enormità del male, oltre l’umana comprensione; cui si aggiunge lo spento e sotterraneo senso di colpa di prigionieri costretti ad accompagnare altri alla morte. Nemes, conscio delle difficoltà del problema filmico e narrativo che si pone con un soggetto del genere, sceglie di affrontarlo lavorando sul fuori campo: la storia è intessuta di rumori pesanti e metallici, sforzi e fatica, ambienti sfocati sullo sfondo dove il peggio accade, e lì è normale, ed è normale perché è accaduto. Il caos e la paura sono intorno, Saul si muove con fare un po’ grullo nella catena industriale della morte, perseguendo uno scopo che è suo soltanto, a volte con gesti coraggiosi/incoscienti, altre spesso fermandosi a pensare nel bel mezzo del frenetico lavoro nei forni crematori. Per cui ci si aspetta sempre che arrivi un tetesko e gli spari un colpo in testa. La camera segue Saul, e gli altri personaggi, quasi sempre a mezzobusto, di corsa, a spalla, sulle spalle, sulla croce rossa che hanno i sonderk per essere identificabili e al contempo al centro del mirino nell’occhio dello spettatore. E rende il senso di paura, di ignoto, assenza di speranza e morte imminente, quello delle bestie al macello in attesa. Se non ora quando, a breve. Tantôt, direbbe un belga. Gli occhi bassi, ché il cielo è proibito. Il punto forse, oltre al cercare di rendere tale orrore, e le abiezioni e disperazioni di uomini sopravviventi per inerzia, è che lui sceglie, sceglie di provare a “salvare” un morto, non un vivo, andando oltre il concetto di “chi salva una vita salva l’umanità intera”, un simbolo, non è nemmeno suo figlio, Saul non ha figli. Attraversando una collezione di inferni, ma molto ben organizzata. Nel finale, durante una rivolta dei sonderkommando quando si accorgono che a essere stati gassati erano appena stati altri sonderk (accadde nell’ottobre del ‘44), riesce insieme ad altri a fuggire dal campo. Perde il cadavere del ragazzo, perde il rabbino che aveva trovato, e manco era rabbino. Vede un ragazzo, sorride, ed è cazzo ovviamente l’unico sorriso di tutto il film. E basta, le rivolte finiscono male, ad Auschwitz, nel ‘44.

*tutte queste cifre potrebbero essere state alterate per venire incontro alle mie manie di persecuzione è_é

J

A Cervinia c’è il sole ma le nuvole ma anche la neve. Zero gradi, e i parcheggi tutti pieni come fosse agosto. Il Cervino non si vede, una processione di giacche rosse e tizi vestiti strani col cappello piumato muove verso la chiesa. É strano fare un funerale davanti a Mike Bongiorno che saluta, ma tant’è. Mi sono portato due borse piene di maglie e maglioni, che aggiungo a mano a mano. Non servirà un cazzo, avrò freddo lo stesso. Non so gli altri. Questi vestiti da guide alpine secondo me stan troppo leggeri.

Venerdì mi telefonano per dirmi che è morto. Il telefono piangeva. Io non credo riuscirei a telefonare una notizia del genere. No. Lo scrivo a un paio di persone. Intanto sbaglio tutto quello che sto facendo al computer per circa due ore. C’è l’articolo sul giornale, in aggiornamento. Ma ti pare di morire in homepage sulla Stampa? Caduti mentre provavano una via fatta da tipo 5 persone prima. Ma nella parte facile. Il Cervino, si sa, è tutta roccia che cade. La gente in genere sa a malapena cosa sia il cervino. In quella valle invece, e per me, e per noi, è l’unica montagna. Io disprezzo praticamente tutti per le montagne dove vanno. Dico hey, da me c’è il Cervino – se hanno ancora da controbattere gli dico che ci son stato sopra e bom; se sanno di montagna mi guardano ammirati, se non ne sanno che cazzo ci parlo a fare? Quando l’avevo fatto, una cosa delle più rischiose mi era sembrata la prima parte, dove meno e più grosse rocce piovevano saltellando di taglio dall’alto, in maniera del tutto casuale. Toc. Toc. TOC. E poi passava e andava giù. Tante, tanto giù. Con quello, la guida, che diceva “Giù la testa!”.

Coglione, avrebbe potuto dire, per fare una cit. Hai un bell’avere un casco lì. Comunque sono caduti. Il come, cosa è successo, chi prima, la scarica di roccia o l’appiglio che manca, diventa a quel punto piuttosto niente.

Non so cosa ti leghi a una persona con cui sei cresciuto, e perdi di vista. Nel mio posto in montagna, per anni, piccoli, ci siamo trovati in venti. Lui aveva un caschetto biondo e il culo largo, e voleva andare più forte di me in montagna. In seguito c’è riuscito di brutto cazzo, stava mai fermo, a correre le maratone e diventare maestro di sci e diventare calvo. Che è uno di quei mestieri da eterni mandrilli castigaturiste, tipo il bagnino. E tipo lui, che è stato anche quel genere di persona. É andato a fare il maestro di sci pure in New Zealand, per dire. Ricordo come giocava a qualsiasi cosa giocassimo. Gli atteggiamenti, le posture. Forse lo ricorderei di ognuno di noi. Che era una sega a calcio ma s’incazzava lo stesso. Che barava a briscola in cinque, e m’incazzavo io, perché io son quello che legge le regole sulle scatole dei giochi e poi alza un ditino e fa nonnò, quell’altro era del genere m’invento una regola per vincere prima e avere comunque una parvenza di legalità. Esempio, il campo da pallavolo, gosh, forse come definizione è eccessiva, con tutti quei sassi, comunque era suo, e si inventava le regole. Visto che lui e io non sapevamo schiacciare pallavolamente, ma saltavamo una cifra, più io però eh, aveva deciso che potevamo fare delle trattenute tipo Micheal Jordan, ogni tanto ti veniva pure da fingere di schiacciarla da una parte e poi mandarla dall’altra. Sai per spiazzare la difesa no? Anzi, mi sa che lo facevamo. Più lui però eh. Si fissava sulle cose. Passò un’estate a parlarci del suo motorino liquid cooled, nessuno che sapesse che cazzo volesse dire. Si metteva fuori dalla porta a leggere il giornale, visto che era l’unico con la casa senza genitori andavamo lì. Lo leggeva e sparava opinioni su tutto. Oh. Erano sempre tutte sbagliate. Ma tutte, invariabilmente. Roba che giusto Brunetta o i leghisti, manco più il Papa, con sto tizio rock e user friendly che ci hanno messo, ne sparano altrettante.

Quest’agosto ero appena arrivato che mi hanno invitato a cena in un posto dove c’era anche lui. Ah allora esisto, ho pensato, credi, c’è un posto dove arrivi e ti invitano a cena. A cena c’era altra gente bizzarra ma chissene. Tanto c’era lui, e m’ha sempre fatto ridere, praticamente tutto quel che diceva. Se n’è andato lui e ho smesso di ridere e gli altri hanno parlato di merda per tutta la sera. Letteralmente eh, mica per modo di dire. Perché era un cazzaro, sparava e sbruffonava e faceva ridere tutti. É impressionante come delle persone che conosci fin da piccole vedi pregi e difetti, più di quanto poi vedi loro, cosa è forte o no. Ed è impressionante, e straziante, la pagina fb di una persona popolare che muore. Gif animate di lui che balla. Una foto sul trono con un mantello in una discoteca. Sempre con sta faccia da schiaffi, tra il furbetto e il simpa. Al funerale, in un susseguirsi di persone che lo ricordavano, noi fuori al freddo a sentire due altoparlanti, perché la chiesa era troppo microscopica per tutta quella gente, le varie persone che raccontavano tra le lacrime i loro ricordi lo hanno descritto come “allegro, solare, frizzante, sempre in ritardo”. Sua madre al suo turno, una signora che aveva perso il marito nello stesso modo 32 anni fa: “Io gli dicevo le cose ma tanto lui faceva come gli pareva, per cui ho smesso”.

Non fa una piega.

Non sono andato a salutare madre e sorella. Penso sempre che le persone non mi riconoscano. Io non mi riconosco, al di là di come una persona invisibile. O poco visibile. Insomma il contrario di lui. M’ha detto di andare a stare a Milano. M’ha detto che lui era stato eletto presidente dei maestri di sci da 8 anni. E io: “Cazzo, non sapevano proprio chi metterci”. “Eh no, non lo voleva fare nessuno e l’ho fatto io”.

Poi ci siam mangiati della nutella strascaduta, con gli altri che ci guardavano come se stessimo per morire. Ma a 2000 congela e diventa durissima, non per la scadenza, figurati se scade la nutella dai, per il freddo, e basta. Succede anche con l’olio, si raggruma. Poi lo scaldi e si scioglie.

In realtà al funerale sono andato a salutare qua e là. Ho ridato la mano al mio miglior amico con cui litigai per amore, non l’avevo più visto. O evitava, non so, devo aver dato l’impressione di essere poco propenso al perdono, e per qualche anno è stato così. Dopo 10 anni ovviamente chissene, e ovviamente, e immagino viceversa, era piuttosto grasso e brizzolato. Con due occhi venati di rosso, ma che avesse pianto o no li ha sempre avuti così. Tanta gente che conoscevo. Però non volevo andare per le persone. Ho una foto in camera ad Alessandria, incorniciata, avevamo 14 anni e siamo in gruppo intorno alla croce. Una delle nostre. Avevamo, io avevo 14 anni. C’è il biondo, che quella volta si era incazzato con chi ci ha invitato alla cena di cui sopra, perché ci aveva legati tutti. E quello quasi dava di matto, ma dai, che ci leghi a fare, è tutto in piano! Vabbè s’era lasciato legare, o eravamo ancora là a discuterne. In quella foto l’amico occhirossi stava in un cono d’ombra, il divertente era trovarlo. Se avessimo pensato, a chi di tutti sarebbe morto per primo, che è un pensiero che giustamente in genere non si fa, non a 14 anni, o si dovrebbe essere proprio appassionati di fantamorte, nessuno. Nessuno avrebbe detto lui. Cazzo, era il contrario di morire. E insomma sono andato perché quella foto, e cosa c’è dentro, biondo o no, nel cono d’ombra o fuori, e anche chi non c’è, è così importante. E volevo esserci per Jo.

Qui c’è lui che parla e riesce quasi a sembrare serio qualche anno fa, di bambini allo parchetto degli sci. É quel che viene fuori da yt col suo nome.