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Vado ai concerti e ne parlo anni dopo, 1 su forse 3, ma non penso continuerà

19 giugno 2017

Quindi come al solito, l’ho detto un po’ a tutti, che inverso sono assai pochi, e non interessava a nessuno. Per cui armato di un abbonamento totale-galattico sono andato a TUTTI i giorni del Mi Ami. Da solo, ero molto, molto preoccupato. Premetto che sono stato a un festival pieno di gente limonante e ubriaca, per tre giorni, per complessive mille ore, e non ho parlato assolutamente con nessuno. Punto al record. A parte gente che pogando mi moriva addosso scusandosi, a cui dicevo “nun te preoccupa’”. Ero molto preoccupato io perché, forte dell’esperienza mia raminghi di concerti solitari, so che il vero problema sono gli spazi vuoti tra i concerti, in cui non c’è nulla da fare e tutti sono con tutti e tu (non tu, iomè) sei l’unico da solo e ti guardi intorno/telefono/intorno/birra/noia/qui scopano tutti tranne me. Insomma, situazione da pensieri non belli. Incurante oserei dire di tutto ciò, parto alla ventura. Il tutto si svolge al Magnolia, di cui non so nulla se non che è un circolo (immagino all’aperto) e che sulla mappa sta vicino a Linate e all’Idroscalo (che non so mica cosa sia o a cosa serva).

Jeudi (metterò i giorni in francese per fare frufrù)

A lavoro volevo uscire prima ma non si può, casa, cambio, vado dove si prende in teoria la navetta gratuita che porta da Loreto a questo circolo, che sta a Inculopoli, all’incirca dalle parti di Linate. C’è una fermata con scritto NAVETTA GRATUITA, poi arriva una ragazza che dice “ahahahah, scherzo scherzo, la navetta sta dietro l’altro angolo”. Puffpuff, cinquanta persone, un misto tra i più perdaballe come me privi di macchina e i più giovani e spiantati che corrono verso questo autobus da gita scolastica. Si sale in disordine, si parte, ho accanto un gruppo con uno che parla sempre e gli altri che ascoltano. Pur non cantando “se facciamo l’incidente”, il conducente si perde clamorosamente, ci troviamo dalle parti di Pioltello a girare nel parcheggio di un Lidl. Cinque minuti dopo, parcheggio esterno di un cimitero di non so dove, con dentro (proprio nel parcheggio) due team di indiani che si fronteggiano a cricket. How lovely.

Siamo quasi alla frutta, il conducente prende una rotonda e ci gira intorno due volte, il tipo dietro grida “Non avete capito un cazzo, è la catapulta gravitazionale!” e siamo arrivati.

Tutto è già iniziato, sento questo Kiol che ha l’aria fighetta e non è il mio genere ma mi piace abbastanza (pare sia prodotto da Nutini), sento un pezzetto del Pan del diavolo che non mi piace affatto – c’è stato un verso di una canzone che mi ha fatto proprio levar le tende e andare a cercare un panino, quando ha cantato “ho bevuto un caffè, e non riesco a dormire”, mabbbaffanculo va. A questo punto mi prendo un panino con roba marinata e i gettoni per due birre. Poi ci sono gli Zen, che fanno praticamente sempre lo stesso bellissimo spettacolo con microvariazioni, e sul primo giorno direi tecnicamente che pisciano in testa a tutti – sono molto un fan, e i concerti tutti identici e adorabili degli Zen che ho visto non so più quanti siano :/ in seguito, direttamente tirata fuori dalla formaldeide, compare Carmen Consoli di bianco vestita. L’apparizione è in effetti eterea, un po’ perché non è la persona più tanned del mondo, un po’ perché dove cazzo era finita? Canta gli stessi pezzi di 10 anni fa, che tutti sanno perfettamente a memoria e tutti sono felici ma sul serio, poi la rimettono nella scatola? Alla seconda birra comunque ero felicio, tutto intorno era bellissimo e le coppie che si stringono forte non fanno più alcun’impressione, partecipo con foga e revival a Zen e Carmen.

Non la sento tutta perché voglio prendere la prima navetta, domani è venerdì e insomma, faccio sempre di tutto per evitare i momenti di flusso maggiore. Non funziona, nel senso che la prendo ma la aspetto 30 min, potevo tranquillamente sentirmela tutta. La realtà è che saremo sempre in beta.

locandina1Ave, cesare!

C’è a Hollywood negli anni ‘50 questo tipo che di mestiere fa il Wolf, risolve i problemi causati dalle star nel nome del system. E non dorme mai e ha un sacco da fare, perché gli attori son scemi/pessimi/viziati, e si ficcano sempre nei casini. Per cui Eddie Mannix veleggia, di set in set, districando fili e storie. Un periodo in cui gli studios avevano codificato procedure produttive rigide, dove tutto, sia quel che finisce al cinema sia le vite di chi del mondo del cinema è parte, rientra in piani disegnati a tavolino. Un attore protagonista, Clooney vestito da centurione romano in un film sulla passione di JC, sparisce, ed è la trama principale tra altre tante. Stralunati e surreali si muovono i personaggi, ed è un’esagerazione ma forse neanche troppo, di cui Eddie tira e tiene le fila, tra una confessione e un colloquio di lavoro con chi vorrebbe fargli fare un altro lavoro ma sticazzi, abbandonare il dorato verofinto mondo del cinema?
Molto simpatica una mia amica, che l’ha spoilerato dicendo: “Ah ma questo non è spoiler, però Clooney rapito dai comunisti mi ha fatto ridere un casino”. Ma bloody hell. L’UNICA-STRACAZZO-DI-COSA-CHE-SUCCCEDA! Vabbè, ho rinunciato a farglielo notare. Conato di amore verso il cinema dei Coen, che già avevano metacinemato con Barton Fink (piaciuto solo a me, o almeno conservo questa impressione) e qui godono, letteralmente, a fare la rassegna di generi di quegli anni lì, il western, la commedia sofisticata, un musical bellissimo coi marinai semigai, i colossal con le legioni romane and so on. Insieme gode il pubblico, poi certo, se hai un’idea del perché ci fossero delle tizie che facevano coreografie in acqua (o di chi fosse Esther Williams), o del perché quell’altra tizia avesse della frutta sul cappello, godi molto di più. Scomoderei il termine delizioso, ecco.

locandinaScarpette rosse

Pollice verso giù per il proiezionista che per un quarto d’ora non è stato in grado di far partire un dvd scegliendo la lingua. Io mai avuto un lettore dvd, ma tu ca**o lavori in un cinema. Gente che suggeriva “Più su!”, “Più giù!”, “Clicca quello!”, “No l’altro!” Dopo la prima di un balletto a Londra, Boris Lermontov, direttore/padre/padrone della compagnia di balletto oltre a essere un elegantone assurdo, in grado di passare senza soluzione di continuità dalle babbucce e il pastrano all’abito da sera al sandalo terribile alla tedescazza d’estate, dicevo Boris fa entrare nella compagnia Vicky, ballerina raccomandata ma forse brava davvero, e Julian, compositore youngster alla fine degli studi. Per il resto, nella compagnia son tutti russi. Julian scrive la musica per le Scarpette rosse, fiaba di Andersen, Vicky diventa prima ballerina e BOOM, successo clamoroso. Nella lunghissima scena del balletto i riferimenti tempo-spaziorali (così, mi andava) si perdono, con effetti speciali e sovrapposizioni e dissolvenze, come se si trovassero a percorrere l’Hermitage (citcitcit!) e non su un palco teatrale. Quando ritorniamo coi piedi per terra, ovviamente e intanto i due scopan… ehm, s’innamorano. Ma Boris no no no no, perché per lui la prima ballerina deve dare all’arte tutto e rinunciare a sco… ehm, l’amore. Dissidio, esplosione, lei prima rinuncia al balletto per Julian, poi torna. Quand’ecco Julian le dice “Andiamocene!”, e Boris le dice “Giammai, l’arte davanti e dietro tutti quanti!”, e lei a questo punto come un flipper va in tilt e, con le sue scarpette rosse, si butta da un balcone poco prima dello spettacolo. Del resto Boris già all’inizio aveva spoilerato, la protagonista della fiaba muore di ballo perché le scarpette non la lasciano mai smettere di ballare.
Quasi tutti gli attori sono ballerini professionisti, di 70 anni fa ma i migliori, per rendere più realistica possibile la quotidianità delle compagnie di balletto rappresentata. Un mondo dove si vive di musica e tallone punta e altre amenità old style, dove Boris incarna una concezione dell’arte dura e appassionata e rigorosa, dove l’amore si rappresenta ma non si fa, o si muore. Come nelle Scarpette rosse all’interno di Scarpette rosse and so on. Muore?

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