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A fondo

19 febbraio 2017

Uscita 4: Piazza Angi lberto

Come stare a Porta Palazzo, ma io non lo sapevo. La fermata è Corvetto, ho capito che anche la gialla può andarmi bene (oltre alla verde, che sarebbe l’ideale). Nell’ascensore ci sono le scritte “latinos”. Entro, una tipa nana mi accoglie festosamente, dentro erano in 4 o 5 che mi aspettavano, mi fanno vedere la stanza, mi offrono pane, salame e vino, mentre uno che fa l’impiegato a foodora rolla una canna. Ce la si parla amabilmente, di cinema, cose, case, talmente tanto che perdo quasi tutti i treni. Quindi: zona pessima, coinquilini top.

Il giorno dopo: no grazie, siete chiaramente i best coinquilini evva ma cerco in altra zona, sigh, buona fortuna!

Uscita 5: vicino a piazzale Abbiate grasso

Un annuncio bellissimo, che diceva immerso nel verde e campo da basket sotto. Vado, arrivo in straanticipo, vedo che è uno stradone che porta fuori città, intanto la tipa mi rimbalza di un’altra mezz’ora. Finisco a mangiare una pizza dai marocchini però cristiani sul piazzale, con immagini strambe e caledoscopiche di cristi&marie alle pareti. Arrivo, entro dal cancello e cammino 5 minuti per raggiungere la palazzina. Perché è in mezzo ad altre 20 palazzine, tutte recintate insieme, in un enorme complesso residenziale dormitorio che è una specie di città nella città. E sì, immagino ci sia un campo da basket. Dentro ci sta questa tizia col nome slavo, mas cozza di come sembrava da profilo, che mostra la stanza e poi si collega su Skype con un’altra tipa che sta a Barcellona. Solite cose, simpatia, ci teniamo alla pulizia e bla.

Il giorno dopo: no grazie, siete state mitiche, buona fortuna!

Uscita 6: Lambrate

Arrivato a Lambrate mi perdo, una vecchia mi reindirizza. Il gps del mio cell fa spesso giacomogiacomo, per cui vado regolarmente nella direzione sbagliata. Piove, sono già in ritardo su tutto. Arrivo, c’è un signore bianco di testa e simpatico che arringa 5 o 6 ragazzi. In pratica era una visita di gruppo, con spiegazione totale nel cortiletto (con la pioggia) e poi dentro a due per volta. Ma è tardi, è tardi, è tardi, sticazzi me ne vado – ho l’appuntamento dopo. Intanto avevo visto da fuori le dimensioni della finestra, tipo quelle di un cuscino, quindi anche no. E poi Lambrate era bello una volta arrivati, ma per arrivarci una volta usciti dalla metro si attraversa il niente periferico di qualsiasi orriperiferia, anche proprio no. Finita così, Lambrate per me è out :/

Uscita 7: Porta Romana

Arrivo trafelato e in ritardo, c’è un tizio con barbone che manda via altre due e mostra a me. Zona splendida e top, la casa ha una stanzona sotto insieme a soggiorno/cucina tutto figo e nuovo. E sopra due mansarde, una piccola e l’altra media. Tutto lindo e nuovo. Gli dico che mi interessa la media e lo stanzone, ma costa troppo (650 senza spese :/). La finestra della media è un altro cuscino, ci si arriva da una scala ripida, c’è un bagno piccolo. Il tipo è simpa e mi racconta che gestisce una società di g uardie del corpo.

Il giorno dopo: ci ho ripensato, no grazie mitico, mi sfilo dalla lista dei disponibili anche per la media, buona fortuna!

Uscita 8: Viale Zara

Da questo viale vedo il mio ufficio, quindi anche vicino. Palazzo signorile, il viale è meno incasinato di quanto pensassi. Tappeti rossi all’ingresso, l’ingresso che ti immagini quando vai dall’avvocato. Arrivo e c’è T***. Minchia oh, T*** è un panzone dall’aria sciapa e simpatica, tutto in tuta, di quelli con la maglietta bianca che però ormai è gialla, capello bianco ma non vecchio. E la casa è… come lui :/ gialla, sporca, con 20 bottiglie vuote appoggiate per terra. C’è un tizio in un angolo che non mi degna di uno sguardo (è quello che se ne va). Muri sporchi, in cucina c’è puzza di gas. T*** mi dice che è casa sua (a occhio dei suoi), che affitta per arrotondare e che lui non fa niente, però sta aspettando che un amico apra un’e noteca per andare a lavorare lì. Mi chiede se la sua casa è sugli standard delle altre. Abilmente, oppure no, svio parlandogli di quanto odio le società di intermediazione e i treni.

Il giorno dopo: no grazie, sei stato mitico T***, buona fortuna!

locandina

Sole alto

Ci sono, romeojuliettesche ma con serbi e croati, tre storie, 1991 2001 2011, da qualche parte in Jugoslavia. Gli attori, ma non i personaggi, sono sempre gli stessi: lei brutta ma fexy e popputa e proserpina (?), lui un mix tra Messi e Paul Dano. 1991: Jelena e Ivan si amano, tutto intorno sta montando l’odio e vogliono fuggire a Zagabria. Tsktsk. Quando han sparato piangevo quasi quanto lei, la tromba l’assurdo l’ammmore. 2001: Natascia torna nella sua casa con la madre dopo la guerra. La casa è peggio del gruviera degli elvezi, tutta un buco di proiettile, pezzi che cadono. A rimetterla a posto le aiuta Ante (Ante ripara quest’anta, no scusa). 2011: Luka torna al paesello insieme a un amico cinghiale e tamarro. Anche lui è bello inquartato, tutto intorno una festa con rave e droggggha varia. Ma lui manco da strafatto si scopa la tizia strafatta che cinghiale aveva rimorchiato al ciglio della strada, invece va a trovare Maria, che aveva messo incinta e abbandonato andando a studiare in da big siti. Sottili fili uniscono (le tombe, e il cane cazzo, il cane? Mi sa di sì) gli attori che si ripetono, sugli stessi luoghi o poco più in là. La camera segue i due ragazzi, sempre uguali e diversi e forme dell’amore a ventanni, o dell’avere ventanni, o dei ventanni, o come cacchio si era a ventanni, io mi sa che non c’ero, e lo fa soffermandosi sul quadro e il dettaglio, gli insetti e i cocci, sulla prospettiva inusuale e il pertugio, attraverso cui le emozioni succedono. Bella frase, significa niente. Sopraffatto come detto dal primo, sul finale ho intravisto il percorso, e susseguirsi ideale, così come la guerra, di amore vs odio, composizione del conflitto (ok tramite pompino ma sempre composizione è) insieme alla ricostruzione dalle macerie e infine, dopo la notte (–>sole!), perdOno.

locandina1

La memoria dell’acqua

Isolati da whatsoever, vivevano popoli indigeni, in Patagonia, che non avevano una parola per dire Dio, nomadi su canoe di isola in isola, e credevano nelle stelle e nell’acqua. Poi non capisco come facessero ma tutti nudi stavano, che a me vien male solo a vedere le foto, sai che freddo fa, in Patagonia. Va da sè che sono stati trrrrrucidati dai colonizzatori, di qualsiasi tipo essi fossero, eran migliaia e son rimasti in 20, e non veramente dei giovanotti, in fede mia. Perché l’acqua era (è!) la vita, ci dice il regista mentre oceani riflettono luci e piogge piovono a raffiche, e intervista poeti, artisti che spiegano una cartina del Cile, che è lungo lungo, tanto che va tenuto piegato, separato, accartocciato. Il migliore è un antropologo flippato che dice “se io posso essere acqua, allora anche tu puoi essere acqua, tutto il mondo può essere acqua!”. Di eccidio in eccidio, virata sui desaparecidos, come Jemmy Button (wikialo!) era stato comprato per un bottone di madreperla, così nell’oceano un bottone incastonato nella ruggine di un binario, un binario? Sì perché la dittatura del golpe 9/11 era così easy che metteva i cadaveri nei sacchi e li buttava a mare legati a un pezzo di binario da 30 kg. Si sa mai. La tesi perché è che tutto torni/parta/attraversi il mare, l’acqua, la Storia, il che d’un lato brillante non è, ma lo diventa con la prospettiva altra ed altera degli sguardi dei vecchi indigeni, la loro storia, che ripete e ritorna e scava nell’acqua. Dove tanto si trovatorna tutto no? E tutti.

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