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Serata a sorpresa

Arrivo a casa. Ad oggi chiamo casa svariati luoghi, e ho paura di dirlo, e mi sposto sempre tra casa e Milano con un borsone sportivo enorme e nero, in genere pesantissimo, più qualcos’altro in mano (in questo caso era un sacco a pelo). Trovo la porta di casa chiusa ma non la serratura, dentro le luci sono accese, c’è roba per terra. Io, che sono fiducioso nel prossimo, già penso “ma guarda che casino hanno fatto sti fessi dei coinquilini, e manco hanno messo a posto”.

C’ho messo un po’. Le luci sono tutte accese, la porta era aperta, in camera mia c’è esattamente lo stesso casino del solito, ma con il contenuto di due cassette di mandaranci del lidl (furono), dove tengo robe varie, rovesciato sul mio letto sfatto. C’ho messo davvero un po’ capire. Le stanze dei coinquilini sono uguali. Che sera del 26 di merda, penso. Anzi, in camera mia c’è meno casino di quando l’ho lasciata, perché hanno preso due computer e due zaini per portarseli via.

Comincio a telefonare a tutti. Ai coinquilini, quello che chiameremo BENE! che mi dice oddioddio guarda qui  qui e qui se c’è questo questo e quello (sì, c’era quasi tutto, tranne un obiettivo da mille sacchi). Quello che chiameremo Ironman che sviene di gioia quando gli dico che la sua bicicletta c’è ancora, ma credo proprio che volessero portare via solo roba che desse poco nell’occhio. Ai miei genitori, che mi sa ho svegliato ma insomma, sticazzi, avevo bisogno di qualcuno che mi consolasse.

Quando vi svaligiano casa, una cosa è da fare, ed è chiamare il 112 e far venire una volante. Oh, io  ho chiesto a 4 persone cosa fare e ce ne fosse una che mi ha dato questo consiglio giusto. Che poi come al solito bastava guardare su internet, ma in quel momento ti senti piuttosto giravoltato.

Quindi nel panico non trovo più il passaporto, e alle 23.30 vado per fare la denuncia alla vicina stazione di polizia. Dove al citofono mi dicono “Torni lunedì mattina”.

Ma WTF? Siamo a martedì sera -_-

“Ah già. Allora domattina alle 8”.

Mavvaffanculo. Grazie eh. Piove, sembra un po’ una serata di merda. A casa richiamo tutti, ho proprio voglia di lamentarmi e di compagnia. Intanto trovo il passaporto, se ne deduce che nemmeno io sapevo dove fosse. Comincio mestamente a rimettere tutto in ordine, tanto della scena  del crimine dubito batta un cazzo a chiunque. Le serrature erano perfettamente intatte, quindi o la sanno aprire, o hanno le chiavi, o l’abbiamo lasciata aperta noi andandocene. Non lo sapremo mai, ferramenta interrogati  in seguito ci hanno comunque confermato che quella serratura lì la aprono facilmente e che i ladri bravi imparano ad aprire una serratura nuova circa due  anni dopo la sua uscita sul mercato.

Quindi il riassunto, messo insieme anche nei giorni seguenti, è che mi hanno rubato:

-il mio computer, che avevo dal 2012 e su cui avevo montato Ubuntu e amavo molto. Valore commerciale circa 25 euro credo, ma dentro c’erano tutte le password di tutto il mio internet, per cui sono rimasto metà di quella notte sveglio a cambiare le password di tutto quel che mi veniva in mente. Non sono un accumulatore di foto o documenti, per cui a parte qualche foto di gnocca e una splendida di un cielo stellato che gira in un obiettivo aperto, oltre a qualche ricordo ma onestamente pochi, altro non c’era. E forse i numeri di una carta di debito. Che però non hanno trovato, nonostante fosse lì.

-un computer aziendale: valore commerciale credo tipo zero, perché gli aziendali hanno i dischi  supercriptati e per farci qualcosa devi aprirgli e mettergli un disco nuovo, e tra lavoro e hardware credo ti costi quasi come comprarlo nuovo.

-il mio adorato zaino della north face: questa è dura, ce l’avevo da tipo 15 o 20 o boh anni, ci andavo in ufficio come in montagna. Mi  affeziono alle cose. Lo hanno chiaramente usato per metterci dentro il computer. Dentro c’era una pietra verde che avevo preso in montagna quest’estate, bella, e un bossolo, orribile, ma che avevo preso da per terra aspettando un treno alla stazione di Bobadilla, in Spagna, durante un interrail nel luglio del 2001. Un’ottima annata. C’era dentro un berretto di pile, ma l’hanno tirato fuori, c’era dentro un ombrello da due euro, e se lo son portati via.

-un paio di pantaloni (questa è la parte ridicola): comprati da H&M, max 30 euro. Perché??? E a BENE! pure due maglioni, ma almeno lui dice che erano belli, i miei eran proprio normopantaloni.

-uno dei miei due fidget spinner: sono stati  particolarmente spietati e intenditori,  perché hanno rubato quello da 4 euro, non quello da 3 euro.

C’era un kindle appoggiato su una libreria, e lì è rimasto O_o non so proprio il perché.

Ci  siamo fatti l’idea che abbiano fatto tutto molto di corsa. A BENE! hanno preso pure un deodorante, a Ironman nulla ma ha trovato un’impronta di scarpa sul letto. Siamo poi vissuti nel panico per tre giorni perché credevamo che ci potesse entrare in casa chiunque, fino a che la padrona di casa non ha fatto cambiare le due serrature. Ora BENE! c’è rimasto sotto, e ogni volta che esce lascia la luce accesa (poi contemporaneamente si dimentica aperta la finestra del cesso, ma son dettagli).

Io non ho avuto nessuno da insultare, ed ero davvero incazzato. Per cui ho almeno messo un cartello, in verità assai pacato, per dire a quegli stronzi degli altri inquilini che devono chiudere le due porte al piano  terra, che per la cronaca son sempre aperte e sai com’è, non aiuta.

Ma poi è tutto inutile. A parte il mio adorato zaino, che prima o poi si sarebbe disfatto per vecchiaia, e il suo prezioso contenuto,  a parte il contenuto del mio computer, che obiettivamente si poteva anche cambiare, il resto è inutile. Resta il fatto che ti entrano in casa e ti senti insicuro e violato nello spazio tuo, BENE! ha deciso che sono stati gli zingari perché non hanno toccato nulla in cucina e pare che un suo collega sappia che loro quando rubano in cucina non toccano nulla per scaramanzia, ma il giorno prima era convinto fossero stati gli slavi, manco ricordo perché. Ma è un po’ tutto inutile, come la faccia che fa il poliziotto che ti prende la denuncia, che serve alle statistiche e a me da dare all’azienda che il computer aziendale mi aveva dato. Il resto è inutile, abbiamo due chiavi nuove e imparato che bisogna nascondere tutto se si sta via per più di 24 ore e fare ricchi i ferramenta.

E il resto sticazzi, già che c’erano potevano rifarmi il letto.

Io credo che il ragazzo riesca sempre ad andare oltre e scavare il fondo del barile del trash. Mi spiace solo non poterlo mettere su FB.

locandinaFrantz

Subito dopo la WWI, in un paesello della Germania piccino picciò, c’è sta tizia, Anna, che piange il fida morto al fronte, da cui il titolo, e vive con di lui gli anziani genitori. Genitori di lui, dico. Sulla tomba compare un tizio uguale ad Adrien Brody da giovane (ma ovviamente con meno naso), e infatti si chiama Adrien (wtf?), un amico di Frantz quando andava a Parigi. Insieme, tutti, rielaborano il lutto, ricordano, alleviano. Lentamente prende Adrien il posto di Frantz in Anna. Ma no, non letteralmente! :/ Però si vede che lui è fragilino, sviene in continuazione, poi boh, è primavera ma fa un bagno nel fiume, fino a un attimo prima stavano in giaccone, paxxo. Comunque, lui tira la bomba e se ne va senza salutare – io mi aspettavo che le dicesse che si ficcava Frantz, ma no. Anche perché sarebbe stato Tom à la ferme. Lo perdonerà Anna? Sì (tra l’altro trova il primo prete ragionevole di tanta filmografia), e va a cercarlo a Parigi. Quel che è incongruo è che entrambi sappiano francese e tedesco, Frantz suonava il violino, Adrien pure, e pure Anna il pianoforte, cheschifoipoveri proprio. Lo ritrova nel suo castello (ecco), lo perdona e controbomba, lui è già fida con una tizia, non me ne si voglia, orribile e anonimissima. Di quelle con il faccino da toporagno. La quale però ovviamente è cantante lirica. Oh ma un cazzo di operatore ecologico, un muratore, qualcosa, un’ultima ruota del carro mai? Come che sia, è un film di ricerca e assenza e sostanzialmente menzogna, e cultura europea. Prima Adrien verso Anna & family, poi viceversa, e a un certo punto persino l’inscalfibile Frantz, la cui immagine negli occhi di chi guarda muta di continuo a seconda dei ricordi affiorati, si scopre che quando andava a Parigi alloggiava in uno splendido hotel di gaudenti bagasse. E poi c’è lo sfondo, tedesco di campagna e cittadino francese, costellato di odio post-bellico – Anna ha un pretendente che si capisce sarà un ottimo nazionalsocialista. Il film è ripreso da un Lubitsch d’antan, il bianco e nero e la virata ai colori è ripreso ormai da tanti, alcuni che ne hanno fatto un uso forse meno banale – Ozon ha ben visto Heimat? Cela dit, sono del parere si debbano sempre dare due spicci ai film di Ozon. Ogni volta è tutto diverso, passa dalle mignotte, ai ragazzini psico a qualsiasi cosa con una semplicità e un impegno, quasi ritenesse riprorevole replicare più volte la stessa cosa.
Comunque alla fine Anna resta in Francia e al Louvre si trova, davanti a un Manet e manco fosse Raffaella, un altro più bello, ma con ancor meno naso, che probabilmente problemi non ha.

lumimaniLumière! La scoperta del cinema

A parte che ieri mi dicevano che al cinema non c’è nulla, e non è per nulla vero, nonnò col ditino, io disperato che non riesco a stare dietro a tutto. E comunque sono andato a vedere questo. E ricomunque in sala eravamo in cinque. Ed è ciò che di più bello ho visto nell’ultilmo anno *_* con tutta la merda che la gente va a spararsi al cinema. No dai, c’è gente che guarda Inferno, no kidding. Invece. Da vedere indispensabilmente al cinema, è un collage fatto da un tipo che si occupa del festival di Cannes e dell’Istituto Lumière insieme a Bertrand Tavernier, e che non credo si riconoscerebbe in questa descrizione, mais peu importe. I film della Societé Lumière duravano 50 secondi, girati dapprima da Louis con il fratello Auguste spesso protagonista (è un po’ il baffo Moretti), poi dai loro operatori. Qui ne scorrono 114, ci sono tutti i più famosi che manco te li dico, quasi tutti raccontati dalla voce off di Mastandrea, che mette sempre tenerezza e invece di bebé dice bbebbé. E da il contesto, che dal punto di vista è quasi epica, ma questo è opinabile, e imposta e suddivide lo schermo lungo le linee e i punti e le luci del b/n delle inquadrature, tutte tra 1895 e 1905. C’è una suddivisione in temi, anche se la sostanza è brulichio, folla formicolante, persone, visi, visi, visi, e poi movimento, inizi di messa in scena. Mise en abime, ma non ho i circonflessi. Quasi tutti i giovani che si vedono qui, bom, moriranno in una trincea nella prima guerra mondiale. Ottimismo Stile Di Vita. Io perpetuamente a bocca aperta per l’intera quasi durata, macchine enormi, fantasmagorie con i primi trick di montaggio, avanti, indietro, vitalismo, brulichio?
Io non sono sicuro che il cinema abbia più di tanto futuro (ottimismo! SDV!). Però ha un passato commovente, un impressionismo in nero e bianco, e quegli occhi, quei bimbi, vestiti, documento, storie, Storia, tutto; la tesi di fondo è che il cinema è vita. Lo sa pure Mastandrea e quel tizio là che vive parlando di Lumière, e facendo film su Lumière che faceva film sulla fabbrica Lumière. E su altre migliaia di ogniccosa. N’importe quoi.

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Un’età da matrimoni

Mi è stato chiesto se a questo matrimonio andassi con qualcuno. Ovviamente no. Mi è stato fatto successivamente notare che si potrebbe andare con qualcuno che ti accompagna anche senza essere coppie, di fatto o meno. Uhm, non ci avevo pensato. Non credo che riconsidererò la questione alla prossima occorrenza, ma proprio non mi era venuto in mente.

Per questo matrimonio ho comprato un abito. Per cui ora per queste occasioni ho una camicia, un abito, 4 cravatte – è piacevole avere 4 cravatte senza averne mai acquistate, me le regalava sempre da piccolo un amico dandy dei miei genitori, per quando sarei cresciuto. Penso di aver messo la cravatta, con ieri, 5 volte in vita mia; e di ricordarle tutte. Ma non ho le scarpe. In queste occasioni tiro giù da un armadio un paio di Saxon di mio padre, vengono usate, tra me e lui, tipo una volta ogni 1 o 2 anni. Lui una volta se l’è presa, per cui stavolta me le ha date dicendo se per favore avrei potuto non sboccarci soprahahahahaha. E ha ragione, anche se ha torto, perché l’ultima volta non ci ho sboccato sopra. Ma la penultima sì, era quella volta che al matrimonio non conoscevo quasi nessuno e c’era l’open bar, e son tornato sboccando su tutte le province di Cuneo, Asti e Torino; abbastanza epico, testando peraltro le interazioni dell’alprazolam (aka xanax) et alia con gli alcolici.

Anche stavolta non conoscevo nessuno, a parte la sposa, i di lei genitori e due fratelli. Lei è stata gentile, mi ha fatto conoscere una volta lo sposo, qualche mese fa.

Il piano era:

-viene un mio amico a dormire a casa da me, ma è troppo pesante e spacca la gracile branda per gli ospiti portatami dai miei ←no, questo non era pianificato. E comunque io glielo avevo detto che sarebbe successo. Ma non mi ascolta mai nessuno, non dico un cazzo e quando lo dico non mi ascolta nessuno, vè. Me tapino u_u

-vestizione

-esco vestito come un pinguino di Mary Poppins, un sabato mattina. Paio ovviamente l’unico al mondo vestito come un pinguino

-casa mia dista 5 min da una stazione, dove guarda caso il pinguino che sono io può prendere un treno che lo porta fino a un posto amaretto, dove a 5 min dalla stazione sta il santuario

-matrimonio

-sto solo tutto il giorno.

Questo era il piano, in realtà andò un po’ meglio.

Arrivato al santuario, messa, proclamo, performatività, placco della gente che credo di aver già visto chiedendogli un passaggio, per portarmi nella solita villa splendida in mezzo al verde nel varesotto. Mi ripetono i loro nomi, li scordo (ma visto che è già almeno la quarta volta, prossima potrei ricordarli).

Finisco in macchina con un medico valtellinense, sembra piuttosto tranzollo. Si scoprirà più tardi, da come lo raccontano gli altri amici coi nomi ballerini, che questo è un playboy impenitente, con tanto di foto porche delle tipe sul cell. Bah, a me non sembra il tipo da fare il playboy però boh, tanto ognuno si scopa e se la spaccia la qualsiasi. Alla villa finisco al tavolo dei ricordi. Coi fratelli, che non vedevo da anni, e con una tizia accanto che mi dice che anche lei veniva in vacanza là. Ricordo che avevo scordato l’ennesima cosa, e cioè che la sposa mi aveva detto ci sarebbe stata costei, che conoscevo a 12 anni. Un po’ matta, allora e adesso, e che mi son trovato accanto. Convinco la persona all’altro mio lato a scrivere messaggi che parlano di uccelli a persone con cui non parlo da 20 anni, e con cui lui ha litigato quando avevano 8 anni; io manco c’ero mannaggia.

Quando riemergo ritrovo il medico, a cui la cerchia di amici era tutta sparita come le anime quando fan POUF! E sta più solo di me. Mi elenca di tutte le tipe che girano quali sono gnocche e quali no e quali fidanzate e quali no. Mi riporta a casa, gentilissimo, oh, grazie.

La tipa mezza matta mi ha chiesto instagram perché lei fb non ce l’ha, ma è mezza matta, e mi fa mezza paura. Per il resto, alla fin fine, è stato meno peggio di quel che credessi, ho ricordato tanto e parlato abbastanza, mangiato bene, visto bello. E non ho sboccato (sul)le scarpe.

Non è corretto parlare sempre e solo di Kim perché esiste anche il Presidente del Turkmenistan.

L’effetto acquatico

Tenue e breve film di amore e fuga. Samir, un gruista nordafricano dall’aria comico-triste da cinema b/n, si innamora di Agathe, esile insegnante di nuoto in una piscina di periferia (Montreuil) dove i gestori sono tutti tra il bizzarro e il freak. Anzi tutti i personaggi lo sono. Di non saper nuotare finge, per poter prendere lezioni. Le rifugge, cede, scopre l’inghippo, rifugge in Islanda a un buffo congresso internazionale di istruttori di nuoto. Lui la segue, fingendosi il delegato israeliano, perde la memoria. A questo punto, su naturali sfondi ghiacciati ed estesi, il movimento a inseguire viene ribaltato, a lei di convincersi che lui è quello giusto e fargli tornare la memoria. A precipizio totale la trama, nella prima parte (la piscina) ma anche dopo (il congresso in Islanda), dato che sono 80 minuti in tutto e non si preoccupa certo di essere (in)verosimile, semplicemente si concentra su altro. I nodi si sciolgono come ghiaccio in sauna, e c’è un candore ed emozione rari nei sentimenti e balletto dei due che si inseguono e allontanano a vicenda. La fauna umana dietro è ironica e conciliante, il mondo è bello e possiamo re-innamorarci in una piscina di sorgente o un geyser calda o boh che ne so, e sarà bello di nuovo. Poi la regista è morta di cancro subito dopo, nel 2015.

Escobar

Nick va insieme al fratello e ad altri bolsi canadesi zarri a vivere insegnando surf su una spiaggia colombiana. Già si deduce che il ragazzo, et les amis non plus, non è proprio una cima. Ma dai, son canadesi, che vuoi. I canadesi vengono perculati da tutti. Si innamora di una gnocca local, che tipo costruisce ospedali e srotola manifesti big size con il faccione di sto signore coi baffi. Amorèvvero, partono i 3MSC e lei lo invita a conoscere lo zio, che gioca coi bimbi nella piscina della villa superfica. Che risolve i problemi e canta canzoni d’amore. Lentamente, molto perché appunto Nick è un po’ ciula, comprende che lo zio, sig. Escobar, è il simpatico supernarcotrafficante che sta facendo scoppiare praticamente una guerra civile in Colombia negli anni ‘90. Gli anni di Tino Asprilla e Valderrama e i suoi capelli (c’è un bellissimo semidoc su Escobar e il calcio di quegli anni, di cui non ricordo il titolo ma se vi interessa sappiate che c’è). Ma qui non c’entra un cazzo, perché narcos ma anche romance, e loro si lovvano tanto ❤ e come facciamo a fuggire senza che lo zio ci incapretti et similia? Proprio ora che ha dato a Nick l’ultima missione, nascondere parte del suo tesoro. Il problema è chiaramente troppo complesso, per la mente canadese di Nick (e della sua guapa fiancée), il quale recita seguendo la scuola Accorsiana, nel senso che tiene per tutto il film una faccia spaventato EH? non ho capito wtf. Tutte a lui, oh. Contraltare, il confronto tra i due è fin un po’ impietoso, Del Toro col suo sguardo limaccioso che da corpo a Escobar, senza soluzione di continuità alternando le due facce, quella buona da pater familias ma che vorrebbe essere addirittura padre della patria, comprando l’amore dei poveri con i soldi della coca, e quella di narcoboss che sai com’è, è un mestiere di merda, sei sempre lì a dover decidere quanti farne ammazzare, e chi sgarra e chi no, e insomma, tutto sto sangue poi va pulito e non si finisce mai. Uno sbatti! E una patologia, e contraddizione continua, che danno corpo al personaggio. Dall’altro lato, la storia d’amore tra i due è così stupid… ehm, canadese. Andrea Di Stefano, tizio italiano misconosciuto, prima solo attore di film non indimenticabili, dissemina il suo esordio di dettagli e scelte registiche ricercate e non ovvie e nemmeno inutili. Non so, il pallone bucato in fondo al torrente – pallottola più o meno. Alla fine Nick si conferma pollo. O canadese.

Cose alcune piccole che ti avrei detto

Non riesco a chiedere in un posto se mi tengono in vacanza nel mio posto in montagna. Odio chiedere. Farei svariate cose pur di non stare nella posizione di chiedere. C’est pourquoi mi sono sempre trovato bene in lavori dove la gente chiede a me e non viceversa. Per cui non è inverosimile che alla fine non ci vada. Anche perché chiedere a metà agosto forse, ma forse eh, è un po’ tardi.

Ho fatto una serata sul tetto di un 4 stelle di Milano con gente varia e dei polacchi. Abbiamo bevuto 4 litri di vodka, quasi tutta Zubrowska, e poi Chopin. Alla fine quello che mi sta simpatico stava a sboccare dappertutto, mi son ritrovato a inseguirlo con una pompa dell’acqua per ripulire. Oh, abbiam lasciato più splendido splendente di prima eh. Nel frattempo, anzi un po’ prima, il capo dei polacchi mi diceva che ero proprio bravo nel mio mestiere; ringraziavo pensando: che peccato, che sia un mestiere che non esiste.

Nel frattempo, e non credo sia un caso, avendo smesso di fare il pendolare (ed è probabilmente la prima decisione della storia che io abbia preso, ed era pure logicamente giusta – sé vabbè, non ci voleva una cima), comunque, non pendolando più, ho accettato di fare un piccolo viaggio. Con un mio grosso amico, e un altro che in verità è Superlavoratore, ed ha fatto tutto lui. Nemmeno mi ricordo da quanto io non facessi un viaggio, a parte andare in case di amici qua e là un paio di volte all’anno. Forse quello nemmeno.

Intanto: ho risentito i Baustelle, le altre mie fisse del momento sono abbastanza Canova e i Pop X. Solo che non ho mai nessuno che venga/vada/mi porti a sentire i concerti, e da solo può calarmi bene ma anche male.

Ho comprato tre fidget spinner (ma ne sono pervenuti solo due, perché sono uno sfigato senza carta di credito, credo) e beh, il fatto che io non abbia ancora visto o conosciuto nessuno che ci giochi che abbia sopra i 16 anni magari potrebbe far riflettere. Qualcun altro, perché per me è la solita roba, e sono bellissimo *_* non so fare assolutamente nulla. Ma lo faccio molto bene.

Intanto: ho paura di tutto (soprattuto dei cani – no è una cit.), e del futuro. Sono in questo momento in cui ho un lavoro e mi pagano pure senza uccidermi, ma potrebbe mutare la qualunque da domani. Non è successo domani? Allora domani. No? Allora domani? And so on.

Ho tutti i familiari che stanno bene, e sono terrorizzato che possano smettere. E alla fine che cazzo d’altro serve, se non ho un futuro o delle relazioni sociali, ho un cinema bello, un letto bello e affettuoso. Vedo tanti problemi, ma a guardarli bene capita che siano tutti così piccoli, che cosa t’incazzi a fare. Certo di qui a prendere in mano il proprio destino ne passa, e considerevolmente.
Che faccio telefono? Io non so se me la sento. Se sto male così solo per prenotare una vacanza in un albergo gestito poi da amici, figurati quando dovrei convincere una sconosciuta a darmela.
Ah, e non vedo la psi da mesi. Non c’è mai. Non ci sono mai. A volte non mi pesa, altre decisamente. Domani per esempio vado in un posto dove ci sono 50 persone, e tutte si conoscono e io non conosco nessuno, e già so che non parlerò con nessuno. Sarà proprio bello, per tutto il giorno.

Ho fatto i saldi, ho comprato centinaia di paia di maya di Zaia di scarpe. Uno è finlandese e c’è sopra un orso che sembra che stia per saltare come una rana, per ora lo amo molto. Ho cercato di fare proprio come le peggio squinzie no, di annegare l’amarezza nel dare fuoco al bancomat. In realtà ha funzionato sì e no.

Dovrei proprio telefonare. Quando entrai (o almeno ufficialmente) in depressione, era perché dovevo proprio fare qualcosa, ma non ce la facevo. Se qualcuno non ce la fa a fare qualcosa, non serve a nulla che gli si dica dai dai. Nulla, non ce la fa. Va preso per mano e portato oltre. Ci ho fatto una tesi di laurea, così. Dovrei. Argh.

locandina1The Fog

Carpenter è venuto a suonare le sue colonne sonore a Torino, e lui era un ganzo con la coda argentata che mentre suonava continuava a fare il pugno o il segno con le dita del “ti sto tenendo d’occhio” al pubblico, e dopo aver scoperto che sono entrato senza saperlo con un biglietto non valido era ancor meglio. Comunque, nell’occasione è partito un retrospettivone, di cui ahimé solo questo ho visto, un po’ perché obiettivamente li dovrei aver visti quasi tutti, un po’ perché sono una persona che si atteggia al non avere tempo per cercare di sfuggire al di vivere male.
A San Antonio Bay (provincia di MI, no, questa è una vecchia battuta, in realtà è California) si festeggia il centenario della fondazione del paese. Ci sono la proprietaria e speaker della radio del posto (che l’avevo già vista, e infatti è la stessa di Grease e di 1997, nonché una che si bombava o forse sposava Carpenter, gourmand), che ha la voce da zozza ed è una madre single e trasmette dal faro, un tizio (pure lui in 1997, di cui ho il poster in camera) che tira su un’autostoppista e se la porta a casa a fare fikifiki, un prete ubriaco, l’organizzatrice della festa e la sua assistente (Jamie Lee Curtis). Nelle notti precedenti l’approssimarsi della lieta ricorrenza, tra mezzanotte e l’una, strani eventi accado. Una glowing nebbia arriva dal mare. In essa, dei vendicativi (e permalosi) spiriti, a bordo di una nave fantasma e armati di ganci con cui, non so bene perché, bussano bene alle porte. Sono spiriti assai beneducati, sono lì per uccidere 5 persone ma bussano sempre. I personaggi, ognuno per conto suo ricostruendo un pezzo della storia, scoprono che i fondatori della città avevano fatto naufragare per poi prendere il loro oro 6 lebbrosi su una nave, 100 anni fa. E io pago! Molto poca è l’insistenza sul gore, perché lo è più sull’atmosfera e sulla nebbia che avanza, sul pericolo che c’è e si presuppone fuori dall’inquadratura. Concludendo, è giustamente il prete peccatore che espia e per ultimo muore, ponendo fine alla maledizione. Sia lodato Carpenter.

locandinaA girl walks home alone at night

Prodotto da Vice e il Sundance festival. Un film di vampiri young adults, ma in B/N ma iraniano ma hipster, ma con uno skateboard ma con uno chador però c’è un gatto. In una città petroliosa e iraniana che si chiama Bad City (ma girato in California), Arash lavora come giardiniere, ha una decappottabile, un padre che si buca ogni vena e un gatto. Lui si veste come James Dean, e c’è questo fossato di periferia dove dei cadaveri vengono ammucchiati. Di notte, una ragazza vestita sotto un po’ yeye gira con skate e chador da supereroina. Lei e i suoi occhi sono combo tra Dreyer (Jeanne d’Arc) e la nouvella vague (e Paperetta yèyè, anche se dubito che la regista iraniana conosca Paperetta Yèyè), ascolta musiche giuste, ha la stanzetta tappezzata di estetica anni ‘70. Nel frattempo, musiche western, ero e il padre a rota, ma quindi lei è un vampiro etico o no? Perché spaventa il bambino? Intanto tutti si passano questo gatto pacioccoso, protagonista totale, che guarda che succede di qua e di là. Arash e la vampira si conoscono, pendolano nel senso di movimento continuo più vicino/più lontano. Intanto il mondo di Arash, divenuto uno spacciatore dopo aver rubato una valigia piena di robbba, si sfalda. Il padre se ne va, la ragazza morduccide il padre, Arash capisce. Arash pensa, e alla fine decide #cazzomene: prendono la macchina e se ne vanno verso il sol dell’avvenire. Che forse per un vampiro non è il massimo però :/ C’è del delicato, la tenerezza tra persone che hanno paura di venire alla luce (you kidding me), l’accettazione, il superamento della figura paterna e l’altrove. Oltre a un sacco di riferimenti a filmografie precedenti e poi non so se mi spiego, ma ci sono le parole iraniano – skate – gatto – chador – vampiri tutte nello stesso discorso.

Vado ai concerti e ne parlo anni dopo, 1 su forse 3, ma non penso continuerà

Quindi come al solito, l’ho detto un po’ a tutti, che inverso sono assai pochi, e non interessava a nessuno. Per cui armato di un abbonamento totale-galattico sono andato a TUTTI i giorni del Mi Ami. Da solo, ero molto, molto preoccupato. Premetto che sono stato a un festival pieno di gente limonante e ubriaca, per tre giorni, per complessive mille ore, e non ho parlato assolutamente con nessuno. Punto al record. A parte gente che pogando mi moriva addosso scusandosi, a cui dicevo “nun te preoccupa’”. Ero molto preoccupato io perché, forte dell’esperienza mia raminghi di concerti solitari, so che il vero problema sono gli spazi vuoti tra i concerti, in cui non c’è nulla da fare e tutti sono con tutti e tu (non tu, iomè) sei l’unico da solo e ti guardi intorno/telefono/intorno/birra/noia/qui scopano tutti tranne me. Insomma, situazione da pensieri non belli. Incurante oserei dire di tutto ciò, parto alla ventura. Il tutto si svolge al Magnolia, di cui non so nulla se non che è un circolo (immagino all’aperto) e che sulla mappa sta vicino a Linate e all’Idroscalo (che non so mica cosa sia o a cosa serva).

Jeudi (metterò i giorni in francese per fare frufrù)

A lavoro volevo uscire prima ma non si può, casa, cambio, vado dove si prende in teoria la navetta gratuita che porta da Loreto a questo circolo, che sta a Inculopoli, all’incirca dalle parti di Linate. C’è una fermata con scritto NAVETTA GRATUITA, poi arriva una ragazza che dice “ahahahah, scherzo scherzo, la navetta sta dietro l’altro angolo”. Puffpuff, cinquanta persone, un misto tra i più perdaballe come me privi di macchina e i più giovani e spiantati che corrono verso questo autobus da gita scolastica. Si sale in disordine, si parte, ho accanto un gruppo con uno che parla sempre e gli altri che ascoltano. Pur non cantando “se facciamo l’incidente”, il conducente si perde clamorosamente, ci troviamo dalle parti di Pioltello a girare nel parcheggio di un Lidl. Cinque minuti dopo, parcheggio esterno di un cimitero di non so dove, con dentro (proprio nel parcheggio) due team di indiani che si fronteggiano a cricket. How lovely.

Siamo quasi alla frutta, il conducente prende una rotonda e ci gira intorno due volte, il tipo dietro grida “Non avete capito un cazzo, è la catapulta gravitazionale!” e siamo arrivati.

Tutto è già iniziato, sento questo Kiol che ha l’aria fighetta e non è il mio genere ma mi piace abbastanza (pare sia prodotto da Nutini), sento un pezzetto del Pan del diavolo che non mi piace affatto – c’è stato un verso di una canzone che mi ha fatto proprio levar le tende e andare a cercare un panino, quando ha cantato “ho bevuto un caffè, e non riesco a dormire”, mabbbaffanculo va. A questo punto mi prendo un panino con roba marinata e i gettoni per due birre. Poi ci sono gli Zen, che fanno praticamente sempre lo stesso bellissimo spettacolo con microvariazioni, e sul primo giorno direi tecnicamente che pisciano in testa a tutti – sono molto un fan, e i concerti tutti identici e adorabili degli Zen che ho visto non so più quanti siano :/ in seguito, direttamente tirata fuori dalla formaldeide, compare Carmen Consoli di bianco vestita. L’apparizione è in effetti eterea, un po’ perché non è la persona più tanned del mondo, un po’ perché dove cazzo era finita? Canta gli stessi pezzi di 10 anni fa, che tutti sanno perfettamente a memoria e tutti sono felici ma sul serio, poi la rimettono nella scatola? Alla seconda birra comunque ero felicio, tutto intorno era bellissimo e le coppie che si stringono forte non fanno più alcun’impressione, partecipo con foga e revival a Zen e Carmen.

Non la sento tutta perché voglio prendere la prima navetta, domani è venerdì e insomma, faccio sempre di tutto per evitare i momenti di flusso maggiore. Non funziona, nel senso che la prendo ma la aspetto 30 min, potevo tranquillamente sentirmela tutta. La realtà è che saremo sempre in beta.

locandina1Ave, cesare!

C’è a Hollywood negli anni ‘50 questo tipo che di mestiere fa il Wolf, risolve i problemi causati dalle star nel nome del system. E non dorme mai e ha un sacco da fare, perché gli attori son scemi/pessimi/viziati, e si ficcano sempre nei casini. Per cui Eddie Mannix veleggia, di set in set, districando fili e storie. Un periodo in cui gli studios avevano codificato procedure produttive rigide, dove tutto, sia quel che finisce al cinema sia le vite di chi del mondo del cinema è parte, rientra in piani disegnati a tavolino. Un attore protagonista, Clooney vestito da centurione romano in un film sulla passione di JC, sparisce, ed è la trama principale tra altre tante. Stralunati e surreali si muovono i personaggi, ed è un’esagerazione ma forse neanche troppo, di cui Eddie tira e tiene le fila, tra una confessione e un colloquio di lavoro con chi vorrebbe fargli fare un altro lavoro ma sticazzi, abbandonare il dorato verofinto mondo del cinema?
Molto simpatica una mia amica, che l’ha spoilerato dicendo: “Ah ma questo non è spoiler, però Clooney rapito dai comunisti mi ha fatto ridere un casino”. Ma bloody hell. L’UNICA-STRACAZZO-DI-COSA-CHE-SUCCCEDA! Vabbè, ho rinunciato a farglielo notare. Conato di amore verso il cinema dei Coen, che già avevano metacinemato con Barton Fink (piaciuto solo a me, o almeno conservo questa impressione) e qui godono, letteralmente, a fare la rassegna di generi di quegli anni lì, il western, la commedia sofisticata, un musical bellissimo coi marinai semigai, i colossal con le legioni romane and so on. Insieme gode il pubblico, poi certo, se hai un’idea del perché ci fossero delle tizie che facevano coreografie in acqua (o di chi fosse Esther Williams), o del perché quell’altra tizia avesse della frutta sul cappello, godi molto di più. Scomoderei il termine delizioso, ecco.

locandinaScarpette rosse

Pollice verso giù per il proiezionista che per un quarto d’ora non è stato in grado di far partire un dvd scegliendo la lingua. Io mai avuto un lettore dvd, ma tu ca**o lavori in un cinema. Gente che suggeriva “Più su!”, “Più giù!”, “Clicca quello!”, “No l’altro!” Dopo la prima di un balletto a Londra, Boris Lermontov, direttore/padre/padrone della compagnia di balletto oltre a essere un elegantone assurdo, in grado di passare senza soluzione di continuità dalle babbucce e il pastrano all’abito da sera al sandalo terribile alla tedescazza d’estate, dicevo Boris fa entrare nella compagnia Vicky, ballerina raccomandata ma forse brava davvero, e Julian, compositore youngster alla fine degli studi. Per il resto, nella compagnia son tutti russi. Julian scrive la musica per le Scarpette rosse, fiaba di Andersen, Vicky diventa prima ballerina e BOOM, successo clamoroso. Nella lunghissima scena del balletto i riferimenti tempo-spaziorali (così, mi andava) si perdono, con effetti speciali e sovrapposizioni e dissolvenze, come se si trovassero a percorrere l’Hermitage (citcitcit!) e non su un palco teatrale. Quando ritorniamo coi piedi per terra, ovviamente e intanto i due scopan… ehm, s’innamorano. Ma Boris no no no no, perché per lui la prima ballerina deve dare all’arte tutto e rinunciare a sco… ehm, l’amore. Dissidio, esplosione, lei prima rinuncia al balletto per Julian, poi torna. Quand’ecco Julian le dice “Andiamocene!”, e Boris le dice “Giammai, l’arte davanti e dietro tutti quanti!”, e lei a questo punto come un flipper va in tilt e, con le sue scarpette rosse, si butta da un balcone poco prima dello spettacolo. Del resto Boris già all’inizio aveva spoilerato, la protagonista della fiaba muore di ballo perché le scarpette non la lasciano mai smettere di ballare.
Quasi tutti gli attori sono ballerini professionisti, di 70 anni fa ma i migliori, per rendere più realistica possibile la quotidianità delle compagnie di balletto rappresentata. Un mondo dove si vive di musica e tallone punta e altre amenità old style, dove Boris incarna una concezione dell’arte dura e appassionata e rigorosa, dove l’amore si rappresenta ma non si fa, o si muore. Come nelle Scarpette rosse all’interno di Scarpette rosse and so on. Muore?

Un evento progetto

Sono molto triste. Ma è tutto autoprodotto. E insomma, lamentarsi senza motivo è sempre top.

A Milano sostanzialmente ci sono eventi. Se penso a tutte le gnocche che c’erano a quell’aperitivo mi vien male. No così non si capisce. Io in realtà esco di casa solo per lavorare, mi è venuto il raffreddore e sono uno di quelli pacati che per un raffreddore issa una bandiera della croce rossa, dichiara una no fly zone, chiude l’intero stato del Montana (come in Arrival, ndb, che sta per nota di Bastax) e si chiude in casa e non esce mai più. Per cui non faccio niente, e se facessi qualcosa sarebbe qualcosa ma la farei da solo lo stesso. Però c’era quest’aperitivo dalle mille fighe a cui non mi sono sentito invitato e insomma, se in una città nuova vado avanti a non sentirmi invitato… toh, quasi quasi aspirino. Se vado avanti così continuerò così, e sarò triste. Però sono dentro al piano, perché il piano era che per tutto marzo mi sarei riposato e avrei letto e visto tutto quello che prima non riuscivo a vedere nonostante lo volessi vedere. A parte i porno, i porno son troppi. Che poi più son fighe più patisco, non mi fa per niente bene. Se non ce ne sono invece mi annoia ^^ io credo che potrei lamentarmi benissimo quale che fosse la situazione.

La settimana prossima c’è l’evento degli eventi, i milanesi per questo momento squirtano e frullano e fremono, c’è il Salone del Mobile, che non si sa perché qui interessa a tutti. A meno che tu non stia arredando una casa, che cazzo te ne frega del salone del mobile? Mò una cosa voglio sapè…. Però, e insieme, c’è il fuorisalone. Il fuorisalone non ho ancora capito cosa cazzo sia. Giuro l’ho chiesto a svariati milanesi (o residenti, che è uguale, perché la milanesità è una modalità di pensiero più che di provenienza) e tutti, ma tutti oh, mi han risposto:

Eh, sai ci sono gli eventi!

Ma che cosa minchia significa, che è??? Niente, inutile cercare di estirpargli di bocca qualcosa. I fottuti eventi. Del resto qui son tutti artsy, e clumsy, e poi anche patsy. Lavorativamente invece, a Milano, se non segui progetti non sei nessuno. Non serve una qualifica o un cedolino stipendio, serve seguire progetti. E io probabilmente non ci andrò al fuorisalone, me ne starò a casa solo a immaginare quanta fuorifiga con cui non parlerei c’è, e a cercare di capire se esistono altri programmi nella lavatrice oltre al num. 4.

Sai che più non ricordo a che punto fossimo rimasti? Ho trovato casa, mi ci sono trasferito riempiendo la opel corsa dei miei. Non ci stavo più io, ma ci è stato il monociclo.

Ho una cabina armadio di cui non mi faccio assolutamente nulla, forse mi hanno preso per Paris Hilton, e una stanza media, su un cortile che non è un cortile ma è così silenzioso. Di là invece c’è un viale tranquillo vicino a Baires, m’hanno detto che c’è chi dice Baires. Capite se dico Baires? Non capirei io. I coinquilini sono due, ne parleremo, ci sto prendendo le misure. E viceversa, devo sembrar ben strano – soprattutto perché non esco di stanza da una settimana se non per lav… già detto. Mi serve una cassettiera, non ho una cassettiera, voglio una cassettiera. Il resto sto a posto, pago 530 per una stanza semivuota ma è nella media dei prezzi che ho visto. La zona è proprio figa, ho il mondo ai piedi, una via metropolissima occidentale, mi ricorda quando stavo a Melbourne con la via principale e mille negozi in cui non sono mai entrato a distanza di uno spunto, e poi giro, 50 m e c’è casa mia dove non vola una paglia. Ho già litigato per citofono con una vicina, ma mi hanno detto che è matta (Sig.ra Malacchia, tante care cose), e il mattino dopo ci siamo trovati appeso alla porta un cartello con su scritto

ANDATE A VIVERE IN UN CAMPO NOMADI, LÌ NON CI SONO LE PORTE DELL’ASCENSORE DA CHIUDERE, IO SONO UNA CONDOMINA, VOI SIETE DEGLI INQUILINI INCIVILI

FIRMA.

Cioè bella storia, cioè minchia oh, che poi s’è firmata come se fosse mia zia che mi lascia un biglietto, ma chi cazzo sarai, boh.

Un mio collega mi ha invitato a giocare a basket, m’ha fatto un taglio all’occhio scenografico, più sanguinolento che altro; per un paio di giorni sembravo Capitan Harlock. Insomma, questa città mi fa male?
No dai. Sì dai. Che poi vediamo. É che prima ero in bassa, ora sono in alta e tossisco e vortico le gambe e son fuori giri, partivo per scrivere depresso. Delenda Carthago.

Ho un sacco di tempo. Mi alzo alle 8.30 del mattino ❤ e prendo il PASSANTE FERROVIARIO, che per ora è la cosa più della dell’intera città, e in 20 min sono a lavoro. Alla sera non arrivo mai a casa dopo le 19. Non ho ancora osato fare praticamente nulla; però ho mappato tutti i cinema della mia zona, e quelli più di nicchia e quelli più economici dell’intera città. Andare a correre è un problema, ma chissenefrega, tanto son raffreddato e non sto facendo nulla da mò, perché dovrei attraversare Baires e insomma, mi vergogno, e se poi dovessi farlo col monociclo? Per raggiungere un parco lì vicino. Che è piccolo cazzo, però tutto laccato, proprio diverso dal Valentino, che era sterminato e ogni tanto vedevi uscire da sotto le frasche basse di un maestoso albero una nigeriana col cliente. Ma c’è tempo, a marzo non bisogna far niente. Questa stagione è obbbbbbrobriosa.

Mi segno qui che la prossima volta vorrei parlarti: del mio compleanno (è ufficiale, non so più la mia età), della mia vacanza, del blog altrui di cinema, delle fighe? No dai questo me lo ricordo, cioè, ne avrò bisogno lo stesso senza ricordare. E intanto mi salasso l’affitto. Che odio l’altalena dell’umore 😀 😦 :O

locandina

Tra la terra e il cielo

Siamo credo a Varanasi, baby, anche se la coscienza mia della geografia dell’India è piuttosto ridotta – però una volta un amico di famiglia mi fece vedere le diapositive del suo viaggio. Poi è morto, ma le due cose difficilmente trovano correlazione. Sul Gange, dove, si sa, la morte la fa da padrone. Due storie. Nella prima Devi la da a un grullo qualunque. Lei è caruccia, lui orribile come spesso. La polizia li becca in un hotel mentre ficcano, ennò, ennonsipuò, lui si taglia le vene in bagno, la polizia, nella persona di un comandante che sembra un maiale, ricatta Devi e il padre, soldi in cambio di non far scoppiare lo scandalo. Il padre tutti lo chiamano maestro, è un ex bramino ma è un po’ ciula. Devi riesce a cavarsela da sola, e a partire per altrove. Tanto sempre rive del Gange sono. Due: Deepak è di una famiglia di gente che rigira i cadaveri nel fuoco prima di buttare le fiume nel ceneri. Viceversa. Ci sono enormi pire, in questo posto, tutta la notte e per sempre, tipo fuochi eterni, e cadaveri arrivano e arrivano, e loro coi bastoni toc toc toc, perché bisogna spaccare il cranio, colpendolo cinque volte, perché l’anima esca. Didascalico ma folcloristico. Intanto studia da ingegnere, è chiaramente proiettato verso l’avanzamento sociale. Ha amici simpa, conosce una su facebook. Che è carina, simpatica, entusiasta, intelligente, progressista (anche se di una casta più alta), ha quasi sempre ragione, ama la poesia e non spacca il cazzo. Insomma, troppa grazia – il che forse è un difetto, visto che sembra un harmony, finché… Infatti, muore in un incidente, e sarà lui a bruciare il catafero. OMG (quale che il god sia). Dove convergeranno le due storie? Ma sul Gange! Che rigenera, riparte, ritutto in continuazione. Intorno c’è l’India che è un posto assurdo, di ferro e fiamme e sudore e sari e musica bella. Ma di povertà e donne col cazzo che vi diamo dei diritti e così via. Intanto mi domandavo: ma come fanno a essere la democrazia più grande del mondo e a tenere tutta quella gente morta di fame? Un morto di fame non vota contro, non vota per cambiare, no? I giovani sono ovviamente più sgamati delle catene della tradizione in cui si trovano a lottare, in situazioni tra il tragico e il paradossale, con dietro cartoline del Gange (abbracciami ancoooooooraaaa) che scorre tranquillo, sporco e bellissimo, ci buttano dentro la qualsiasi, e tanto che je frega allui, e pire e fuochi, e morti e vivi che vogliono vivere e strada da fare ce n’è.

locandina1Kung Fu Panda

Allora, i bambini passi, son piccoli, ma voi due dovreste proprio stare zitte. E così andai a litigare con due madri da cartone animati al cinema la domenica pomeriggio, per far star zitti i pupi che non stavano zitti e del film non gliene fregava niente e avevano anche ragione perché eran troppo piccoli. Le madri si mutano. Ah scusi, credevamo fossi un bambino (dubito ci fosse il congiuntivo). Ma poi un bambino -_- sono un medioman, perché dovrei sembrare… vabbè. Po se la sciala diventando maestro dei maestri. Fabio Volo è più riconoscibile, o fastidioso, del solito. Giunge al villaggio un panda, che si scopre essere suo po-padre. Un bel popo’ di roba, partono per il villaggio dei panda (roba da bracconieri). Intanto c’è un cattivo redivivo, Kai, che era stato tra gli spiriti un’eternità e un Po’ spiritato infatti torna, per collezionare il chi (ki) di kiunkue. Comprese le due signore da domenica Po-meriggio. Po intanto scopre mille panda come lui, declinati in mille modi, la panda gnocca, il panda pollo, la panda 4×4, i panda young, e tutte le abitudini da panda (tranne il sesso eccessivo), e con l’aiuto del padre a-panda e del padre b-oca skonfigge Kai, praticamente morendo e ritornando. L’ho già sentita questa. Ritmo parecchio, non ci sono scivoli ma come se, differenti stili in rassegna scorrono alternando i ricordi, l’hic (dice l’oca) et nunc, lo di spiriti regno. E parecchi temi, filosoforiental-yinyang-equilibrio tutto e niente, e poi i due padri, alla faccia, ci manca che si sPosino ❤

Celafaccio celafaccio celafaccio. Ah no, ah sì

E va bene.

Uscita 9: via Melchiorre Gioia

Questa casa era, è ancora immagino, davanti al palazzo della Regione. Non quello della regione, l’altro della regione, non ho mica capito, quello su cui hanno scritto Expo in grosso e c’è rimasto. Il posto più grigio e smoggo della terra, ma a 10 min dall’ufficio. Arriva un tipo dall’aria un po’ cinghiala che si chiama R0cc0, dice. Dice che lui di mestiere fa video, e ha una casa di produzione con dei suoi amici. La casa, beh, ci sono 5 sacchetti dell’immondizia accanto all’ingresso. L’appartamento, tre stanze, si comporta di conseguenza, la stanza senza infamia o lode. Ma il cesso, signora mia, il cesso. Un cesso enorme, piastrellato a nuovo, con una ENORME vasca da bagno angolare O_O e glielo chiedo proprio: “A’Coso, ma perché avete sto cesso qui?”

Eh ce l’hanno appena rifatto, dice. E parte con un pippone sul fatto che visto che lavoro sull’internét potrei aiutarli a promuovere sui social media la loro casa di produzione che bù, bì e bà. Io eh insomma circa, ma poi, lavoro io? Però insomma beh ti faccio sapere.

Il giorno dopo: no grazie R, continuo a cercare, mitttico, w lo smog.

Uscita 10: somewhere dietro a Centrale

Il tipo non si presenta, nonostante gli avessi scritto come da accordi e telefonato, senza risposta. Io son stanco, manco ci volevo venire, questo tizio mi stava sul cazzo già al telefono. Gli do 7 minuti, 8 minu… no basta vado a prendere il treno, non posso arrivare a casa alle 23 già di lunedì. Due minuti dopo richiama, eh ma non ho sentito, eh ma potevi aspettare, eh ma facciamo domani.

Eh ma scollati cazzo, e lo fai pure di mestiere. Sìsì, tranquillo. Ti chiamo io.

Il giorno dopo: sìsì, col cazzo che ti richiamo.

Uscita 11: Lima

La zona sembra figa, il viale non è un vialone di quelli terribili coi filobus che fanno da sistema di circonvallazioni concentriche ma c’è del verde in mezzo. Vabbè, è tutto morto il verde, però il centro è pedonale. Una tizia mi mostra la stanza, che devo comprarle i mobili ma che il letto puppa, se lo porta via. Ah. Gli altri due coinquilini sembrano tranzolli, e uno lavora O_O dove lavoro io. Per cui io per la prima volta da tre anni posso spiegare cosa faccio a qualcuno che ogni mattina accende un computer e si trova davanti quello che faccio, lo può vedere. Satisfaction. Le grandi aziende sono tutte un aumma aumma. Ti faccio sapere ma mi sento positivo.

Il giorno dopo: oh, daje, per me è ok, mi metto nella lista degli interessati.

Oh, non sono sicuro, ma qui secondo me ci stava un’altra uscita in mezzo. Ma non me la ricordo più. Evidentemente, non ho preso questa/quella.

Uscita 12: Portello

Portello era relativamente comoda per il lavoro con la nuova metro color Milka ma non avevo idea di dove fosse. Tipo verso zona San Siro. Anche se forse, anzi assai probabilmente, la zona di Portello non esisteva prima della sera in cui ci sono andato, era tutto nuovo e lucido e metallico-cementizio di pacca. Stradoni, con persone che li percorrevano piccole piccole, al confronto con l’edilizia industriale dei dintorni. Arrivo a questo posto, ormai ho accumulato un ritardo mostruoso. Arriva un tizio patina, che mi accoglie nell’atrio di un palazzone sconfinato. Questo atrio contiene un centinaio, sul serio, di buche delle lettere, numerate. La casa è patinata pure lei, nuova pure lei. Il tipo dice che lui è di Parma, ci son due stanze e lui potendo scegliere ha pescato non quella con un matrimoniale e un armadio ma quella con due letti singoli e no armadio (wtf man, what’s wrong with u?). E non c’è internet.

Il giorno dopo: uiiiii, mitico. Grazie, fa niente, ho appena trovato. A Parma salutami Bello Figo.

Grecagrecagrecahah, è una greca composta da grecagrecagrecahaahah, noscusabastaok.

Peccato aver trovato da un lato perché avevo già prenotate due visite in zona Navigli che erano onestamente promettenti, ma qua è stata una guerra, e né io né le persone che ho incontrato si andava tanto per il sottile.

Al di là delle montagne

Tutti fanno esplodere cose nel niente. Sbalzi temporali. 1999, capodanno: Tao, una donna non proprio gnocca mais souriante ha due che gliela battono, lo spaccone Zhang, con laurea in giurisprudenza per posta (manco Paperoga) e proprietario di una stazione di servizio, yuppie, e Liangzi, che non ha una cippa ma l’è tant un brav fanciò, e fa il minatore. Chi sceglierà Tao? Ovviamente, e senza la minima esitazione, sceglie il pirla, Liangzi parte per altrove. Tao e Zhang producono un figlio (in Cina tutto si produce, nulla nasce, molto muore) e lo chiamano $. Cioè, Dollar. 2014: Liangzi torna con la sua famiglia triste, lui è triste, tumorato e povero, tutta la famiglia è triste. Chiede aiuto economico a Tao, che vive bene, di alimenti, Zhang l’ha piantata e sta a Pechino con una che ci immaginiamo gnocca e stupida, manco il figlio le ha lasciato. 2025: parte la fantascienza, Australia, tablet trasparenti. Zhang, prossimo alla rovina, ha cresciuto lì il figlio $, che non sa manco più il cinese, Zhang non sa l’inglese (poteva provare per corrispondenza), quindi i due comunicano col traduttore automatico. $ si innamora inverosimilmente della sua prof di cinese, che lo convince a tornare a cercare la madre abbandonata da piccolo. La Cina dell’interminabile balzo industriale è brutta e sporca, anche se non cattiva, con distese sconfinate di rifiuti o detriti o paesaggi di niente dove scorrono fiumi sporchi tra colline spogliate di tutto. L’individuo e la sua storia, come negli altri film stessoregista, è stritolato dall’ingranaggio del progresso. Lo è nel passato, paga pegno nel presente, passa il peso alle nuove generazioni nel futuro. Sia Tao che $ ne sono schiacciati (Zhang no perché è troppo stupido), chi perdendo le proprie radici, chi il proprio figlio. Non è troppo impervio vedere in Tao la Cina che sceglie che strada seguire, prendere quella dei soldi e del progresso, con le contraddizioni annesse. Devasto ambientale, ed emotivo. Forse un po’ troppo erano alla fine le paturnie dell’insegnante e le fregole di $, amante delle milf, sullo sfondo di luce e paesaggi aussie. Finale bomba che è l’inizio, di Tao che balla tra la neve e il fiume, e aspetta, e non sappiamo se $ mai arriverà o no, il ricordo e la vita che passa. Dal suo sorriso sembra, dopo tutto, sia felice lo stesso. Volevo quell’immagine per la cover di fb ma non la trovo, me sad.

Microbo e Gasolina

No ma comunque non credo pensasse alla Gasolina canzone eh. Provincia paese francese, Versailles ma senza reggia, cioè sarà lì ma chissene, Daniel è un pischello 14-y-o gracile e ragazzamorfo, sensibile, disegna, pensa alla morte, cose così. Padre assente e madre fulminata sulla via del politicamente stracorretto. In classe arriva Théo, armato di tuta e mocassini IMMOTIVABILI no Maria io esco. I genitori suoi invece sono disagio, lei depressa/malata e lui ubriacone antiquario. Les autres, i compagni, tutti tra lo stupido e il bullo a parte una oscillante di cui Daniel è innamorato, li soprannominano Microbo e Gasolina, il primo va da sé, il secondo perché aggiusta fa cose e puzza sempre di benza, e ha sempre gli stessi vestiti. Decidono di costruire, a partire dal motore di un tosaerba, una macchina, proprio da zero, che sia un po’ una casa, e di partire sul far dell’estate, stradine secondarie, per dove non so. Storia dunque di amicizia, formazione e per buona parte on the road. Credo tutti abbiano ringraziato Gondry per essere tornato alla (sua) normalità dopo il pisciafuoridalvasistico L’écume des jours. Lo sguardo dei suoi ragazzini è acuto e maturo a intermittenza, contrapposto a coetanei, piuttosto dumb, e soprattutto a genitori incapaci di badare a se stessi, figurati a loro. Ed è uno sguardo che, se da un lato puzza di sogni (e gasolina), dall’altro è oggettivo e materiale, forse non troppo realistico oggidì, perché i due se ne fregano del computer davanti a cui si vive tutti (tutti?), uno disegna e l’altro costruisce, e hanno un cellulare e la trama ideologicamente lo seppellisce insieme allo sterco all’inizio del viaggio. Non serve l’iphone, se hai da uno a più amici e una casa, con o senza ruote? Per cui passano da discorsi di storia a altri di cotte, raramente di ricotte, incontrano personaggi strani, Microbo finisce in un bordello cinese, un dentista depresso cerca di rapirli come in un horror, tornano indietro e saranno costretti a separarsi. Ma boh, le estati dei 14 anni, quando si ha l’immaginazione e IMHO anche senza, hanno una risonanza che resta viva e malinconica, à jamais. E poi tutti le ricordano, anche se il difficile è renderle interessanti per altri da sé, e ci fanno i film.