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Cose alcune piccole che ti avrei detto

Non riesco a chiedere in un posto se mi tengono in vacanza nel mio posto in montagna. Odio chiedere. Farei svariate cose pur di non stare nella posizione di chiedere. C’est pourquoi mi sono sempre trovato bene in lavori dove la gente chiede a me e non viceversa. Per cui non è inverosimile che alla fine non ci vada. Anche perché chiedere a metà agosto forse, ma forse eh, è un po’ tardi.

Ho fatto una serata sul tetto di un 4 stelle di Milano con gente varia e dei polacchi. Abbiamo bevuto 4 litri di vodka, quasi tutta Zubrowska, e poi Chopin. Alla fine quello che mi sta simpatico stava a sboccare dappertutto, mi son ritrovato a inseguirlo con una pompa dell’acqua per ripulire. Oh, abbiam lasciato più splendido splendente di prima eh. Nel frattempo, anzi un po’ prima, il capo dei polacchi mi diceva che ero proprio bravo nel mio mestiere; ringraziavo pensando: che peccato, che sia un mestiere che non esiste.

Nel frattempo, e non credo sia un caso, avendo smesso di fare il pendolare (ed è probabilmente la prima decisione della storia che io abbia preso, ed era pure logicamente giusta – sé vabbè, non ci voleva una cima), comunque, non pendolando più, ho accettato di fare un piccolo viaggio. Con un mio grosso amico, e un altro che in verità è Superlavoratore, ed ha fatto tutto lui. Nemmeno mi ricordo da quanto io non facessi un viaggio, a parte andare in case di amici qua e là un paio di volte all’anno. Forse quello nemmeno.

Intanto: ho risentito i Baustelle, le altre mie fisse del momento sono abbastanza Canova e i Pop X. Solo che non ho mai nessuno che venga/vada/mi porti a sentire i concerti, e da solo può calarmi bene ma anche male.

Ho comprato tre fidget spinner (ma ne sono pervenuti solo due, perché sono uno sfigato senza carta di credito, credo) e beh, il fatto che io non abbia ancora visto o conosciuto nessuno che ci giochi che abbia sopra i 16 anni magari potrebbe far riflettere. Qualcun altro, perché per me è la solita roba, e sono bellissimo *_* non so fare assolutamente nulla. Ma lo faccio molto bene.

Intanto: ho paura di tutto (soprattuto dei cani – no è una cit.), e del futuro. Sono in questo momento in cui ho un lavoro e mi pagano pure senza uccidermi, ma potrebbe mutare la qualunque da domani. Non è successo domani? Allora domani. No? Allora domani? And so on.

Ho tutti i familiari che stanno bene, e sono terrorizzato che possano smettere. E alla fine che cazzo d’altro serve, se non ho un futuro o delle relazioni sociali, ho un cinema bello, un letto bello e affettuoso. Vedo tanti problemi, ma a guardarli bene capita che siano tutti così piccoli, che cosa t’incazzi a fare. Certo di qui a prendere in mano il proprio destino ne passa, e considerevolmente.
Che faccio telefono? Io non so se me la sento. Se sto male così solo per prenotare una vacanza in un albergo gestito poi da amici, figurati quando dovrei convincere una sconosciuta a darmela.
Ah, e non vedo la psi da mesi. Non c’è mai. Non ci sono mai. A volte non mi pesa, altre decisamente. Domani per esempio vado in un posto dove ci sono 50 persone, e tutte si conoscono e io non conosco nessuno, e già so che non parlerò con nessuno. Sarà proprio bello, per tutto il giorno.

Ho fatto i saldi, ho comprato centinaia di paia di maya di Zaia di scarpe. Uno è finlandese e c’è sopra un orso che sembra che stia per saltare come una rana, per ora lo amo molto. Ho cercato di fare proprio come le peggio squinzie no, di annegare l’amarezza nel dare fuoco al bancomat. In realtà ha funzionato sì e no.

Dovrei proprio telefonare. Quando entrai (o almeno ufficialmente) in depressione, era perché dovevo proprio fare qualcosa, ma non ce la facevo. Se qualcuno non ce la fa a fare qualcosa, non serve a nulla che gli si dica dai dai. Nulla, non ce la fa. Va preso per mano e portato oltre. Ci ho fatto una tesi di laurea, così. Dovrei. Argh.

locandina1The Fog

Carpenter è venuto a suonare le sue colonne sonore a Torino, e lui era un ganzo con la coda argentata che mentre suonava continuava a fare il pugno o il segno con le dita del “ti sto tenendo d’occhio” al pubblico, e dopo aver scoperto che sono entrato senza saperlo con un biglietto non valido era ancor meglio. Comunque, nell’occasione è partito un retrospettivone, di cui ahimé solo questo ho visto, un po’ perché obiettivamente li dovrei aver visti quasi tutti, un po’ perché sono una persona che si atteggia al non avere tempo per cercare di sfuggire al di vivere male.
A San Antonio Bay (provincia di MI, no, questa è una vecchia battuta, in realtà è California) si festeggia il centenario della fondazione del paese. Ci sono la proprietaria e speaker della radio del posto (che l’avevo già vista, e infatti è la stessa di Grease e di 1997, nonché una che si bombava o forse sposava Carpenter, gourmand), che ha la voce da zozza ed è una madre single e trasmette dal faro, un tizio (pure lui in 1997, di cui ho il poster in camera) che tira su un’autostoppista e se la porta a casa a fare fikifiki, un prete ubriaco, l’organizzatrice della festa e la sua assistente (Jamie Lee Curtis). Nelle notti precedenti l’approssimarsi della lieta ricorrenza, tra mezzanotte e l’una, strani eventi accado. Una glowing nebbia arriva dal mare. In essa, dei vendicativi (e permalosi) spiriti, a bordo di una nave fantasma e armati di ganci con cui, non so bene perché, bussano bene alle porte. Sono spiriti assai beneducati, sono lì per uccidere 5 persone ma bussano sempre. I personaggi, ognuno per conto suo ricostruendo un pezzo della storia, scoprono che i fondatori della città avevano fatto naufragare per poi prendere il loro oro 6 lebbrosi su una nave, 100 anni fa. E io pago! Molto poca è l’insistenza sul gore, perché lo è più sull’atmosfera e sulla nebbia che avanza, sul pericolo che c’è e si presuppone fuori dall’inquadratura. Concludendo, è giustamente il prete peccatore che espia e per ultimo muore, ponendo fine alla maledizione. Sia lodato Carpenter.

locandinaA girl walks home alone at night

Prodotto da Vice e il Sundance festival. Un film di vampiri young adults, ma in B/N ma iraniano ma hipster, ma con uno skateboard ma con uno chador però c’è un gatto. In una città petroliosa e iraniana che si chiama Bad City (ma girato in California), Arash lavora come giardiniere, ha una decappottabile, un padre che si buca ogni vena e un gatto. Lui si veste come James Dean, e c’è questo fossato di periferia dove dei cadaveri vengono ammucchiati. Di notte, una ragazza vestita sotto un po’ yeye gira con skate e chador da supereroina. Lei e i suoi occhi sono combo tra Dreyer (Jeanne d’Arc) e la nouvella vague (e Paperetta yèyè, anche se dubito che la regista iraniana conosca Paperetta Yèyè), ascolta musiche giuste, ha la stanzetta tappezzata di estetica anni ‘70. Nel frattempo, musiche western, ero e il padre a rota, ma quindi lei è un vampiro etico o no? Perché spaventa il bambino? Intanto tutti si passano questo gatto pacioccoso, protagonista totale, che guarda che succede di qua e di là. Arash e la vampira si conoscono, pendolano nel senso di movimento continuo più vicino/più lontano. Intanto il mondo di Arash, divenuto uno spacciatore dopo aver rubato una valigia piena di robbba, si sfalda. Il padre se ne va, la ragazza morduccide il padre, Arash capisce. Arash pensa, e alla fine decide #cazzomene: prendono la macchina e se ne vanno verso il sol dell’avvenire. Che forse per un vampiro non è il massimo però :/ C’è del delicato, la tenerezza tra persone che hanno paura di venire alla luce (you kidding me), l’accettazione, il superamento della figura paterna e l’altrove. Oltre a un sacco di riferimenti a filmografie precedenti e poi non so se mi spiego, ma ci sono le parole iraniano – skate – gatto – chador – vampiri tutte nello stesso discorso.

Vado ai concerti e ne parlo anni dopo, 1 su forse 3, ma non penso continuerà

Quindi come al solito, l’ho detto un po’ a tutti, che inverso sono assai pochi, e non interessava a nessuno. Per cui armato di un abbonamento totale-galattico sono andato a TUTTI i giorni del Mi Ami. Da solo, ero molto, molto preoccupato. Premetto che sono stato a un festival pieno di gente limonante e ubriaca, per tre giorni, per complessive mille ore, e non ho parlato assolutamente con nessuno. Punto al record. A parte gente che pogando mi moriva addosso scusandosi, a cui dicevo “nun te preoccupa’”. Ero molto preoccupato io perché, forte dell’esperienza mia raminghi di concerti solitari, so che il vero problema sono gli spazi vuoti tra i concerti, in cui non c’è nulla da fare e tutti sono con tutti e tu (non tu, iomè) sei l’unico da solo e ti guardi intorno/telefono/intorno/birra/noia/qui scopano tutti tranne me. Insomma, situazione da pensieri non belli. Incurante oserei dire di tutto ciò, parto alla ventura. Il tutto si svolge al Magnolia, di cui non so nulla se non che è un circolo (immagino all’aperto) e che sulla mappa sta vicino a Linate e all’Idroscalo (che non so mica cosa sia o a cosa serva).

Jeudi (metterò i giorni in francese per fare frufrù)

A lavoro volevo uscire prima ma non si può, casa, cambio, vado dove si prende in teoria la navetta gratuita che porta da Loreto a questo circolo, che sta a Inculopoli, all’incirca dalle parti di Linate. C’è una fermata con scritto NAVETTA GRATUITA, poi arriva una ragazza che dice “ahahahah, scherzo scherzo, la navetta sta dietro l’altro angolo”. Puffpuff, cinquanta persone, un misto tra i più perdaballe come me privi di macchina e i più giovani e spiantati che corrono verso questo autobus da gita scolastica. Si sale in disordine, si parte, ho accanto un gruppo con uno che parla sempre e gli altri che ascoltano. Pur non cantando “se facciamo l’incidente”, il conducente si perde clamorosamente, ci troviamo dalle parti di Pioltello a girare nel parcheggio di un Lidl. Cinque minuti dopo, parcheggio esterno di un cimitero di non so dove, con dentro (proprio nel parcheggio) due team di indiani che si fronteggiano a cricket. How lovely.

Siamo quasi alla frutta, il conducente prende una rotonda e ci gira intorno due volte, il tipo dietro grida “Non avete capito un cazzo, è la catapulta gravitazionale!” e siamo arrivati.

Tutto è già iniziato, sento questo Kiol che ha l’aria fighetta e non è il mio genere ma mi piace abbastanza (pare sia prodotto da Nutini), sento un pezzetto del Pan del diavolo che non mi piace affatto – c’è stato un verso di una canzone che mi ha fatto proprio levar le tende e andare a cercare un panino, quando ha cantato “ho bevuto un caffè, e non riesco a dormire”, mabbbaffanculo va. A questo punto mi prendo un panino con roba marinata e i gettoni per due birre. Poi ci sono gli Zen, che fanno praticamente sempre lo stesso bellissimo spettacolo con microvariazioni, e sul primo giorno direi tecnicamente che pisciano in testa a tutti – sono molto un fan, e i concerti tutti identici e adorabili degli Zen che ho visto non so più quanti siano :/ in seguito, direttamente tirata fuori dalla formaldeide, compare Carmen Consoli di bianco vestita. L’apparizione è in effetti eterea, un po’ perché non è la persona più tanned del mondo, un po’ perché dove cazzo era finita? Canta gli stessi pezzi di 10 anni fa, che tutti sanno perfettamente a memoria e tutti sono felici ma sul serio, poi la rimettono nella scatola? Alla seconda birra comunque ero felicio, tutto intorno era bellissimo e le coppie che si stringono forte non fanno più alcun’impressione, partecipo con foga e revival a Zen e Carmen.

Non la sento tutta perché voglio prendere la prima navetta, domani è venerdì e insomma, faccio sempre di tutto per evitare i momenti di flusso maggiore. Non funziona, nel senso che la prendo ma la aspetto 30 min, potevo tranquillamente sentirmela tutta. La realtà è che saremo sempre in beta.

locandina1Ave, cesare!

C’è a Hollywood negli anni ‘50 questo tipo che di mestiere fa il Wolf, risolve i problemi causati dalle star nel nome del system. E non dorme mai e ha un sacco da fare, perché gli attori son scemi/pessimi/viziati, e si ficcano sempre nei casini. Per cui Eddie Mannix veleggia, di set in set, districando fili e storie. Un periodo in cui gli studios avevano codificato procedure produttive rigide, dove tutto, sia quel che finisce al cinema sia le vite di chi del mondo del cinema è parte, rientra in piani disegnati a tavolino. Un attore protagonista, Clooney vestito da centurione romano in un film sulla passione di JC, sparisce, ed è la trama principale tra altre tante. Stralunati e surreali si muovono i personaggi, ed è un’esagerazione ma forse neanche troppo, di cui Eddie tira e tiene le fila, tra una confessione e un colloquio di lavoro con chi vorrebbe fargli fare un altro lavoro ma sticazzi, abbandonare il dorato verofinto mondo del cinema?
Molto simpatica una mia amica, che l’ha spoilerato dicendo: “Ah ma questo non è spoiler, però Clooney rapito dai comunisti mi ha fatto ridere un casino”. Ma bloody hell. L’UNICA-STRACAZZO-DI-COSA-CHE-SUCCCEDA! Vabbè, ho rinunciato a farglielo notare. Conato di amore verso il cinema dei Coen, che già avevano metacinemato con Barton Fink (piaciuto solo a me, o almeno conservo questa impressione) e qui godono, letteralmente, a fare la rassegna di generi di quegli anni lì, il western, la commedia sofisticata, un musical bellissimo coi marinai semigai, i colossal con le legioni romane and so on. Insieme gode il pubblico, poi certo, se hai un’idea del perché ci fossero delle tizie che facevano coreografie in acqua (o di chi fosse Esther Williams), o del perché quell’altra tizia avesse della frutta sul cappello, godi molto di più. Scomoderei il termine delizioso, ecco.

locandinaScarpette rosse

Pollice verso giù per il proiezionista che per un quarto d’ora non è stato in grado di far partire un dvd scegliendo la lingua. Io mai avuto un lettore dvd, ma tu ca**o lavori in un cinema. Gente che suggeriva “Più su!”, “Più giù!”, “Clicca quello!”, “No l’altro!” Dopo la prima di un balletto a Londra, Boris Lermontov, direttore/padre/padrone della compagnia di balletto oltre a essere un elegantone assurdo, in grado di passare senza soluzione di continuità dalle babbucce e il pastrano all’abito da sera al sandalo terribile alla tedescazza d’estate, dicevo Boris fa entrare nella compagnia Vicky, ballerina raccomandata ma forse brava davvero, e Julian, compositore youngster alla fine degli studi. Per il resto, nella compagnia son tutti russi. Julian scrive la musica per le Scarpette rosse, fiaba di Andersen, Vicky diventa prima ballerina e BOOM, successo clamoroso. Nella lunghissima scena del balletto i riferimenti tempo-spaziorali (così, mi andava) si perdono, con effetti speciali e sovrapposizioni e dissolvenze, come se si trovassero a percorrere l’Hermitage (citcitcit!) e non su un palco teatrale. Quando ritorniamo coi piedi per terra, ovviamente e intanto i due scopan… ehm, s’innamorano. Ma Boris no no no no, perché per lui la prima ballerina deve dare all’arte tutto e rinunciare a sco… ehm, l’amore. Dissidio, esplosione, lei prima rinuncia al balletto per Julian, poi torna. Quand’ecco Julian le dice “Andiamocene!”, e Boris le dice “Giammai, l’arte davanti e dietro tutti quanti!”, e lei a questo punto come un flipper va in tilt e, con le sue scarpette rosse, si butta da un balcone poco prima dello spettacolo. Del resto Boris già all’inizio aveva spoilerato, la protagonista della fiaba muore di ballo perché le scarpette non la lasciano mai smettere di ballare.
Quasi tutti gli attori sono ballerini professionisti, di 70 anni fa ma i migliori, per rendere più realistica possibile la quotidianità delle compagnie di balletto rappresentata. Un mondo dove si vive di musica e tallone punta e altre amenità old style, dove Boris incarna una concezione dell’arte dura e appassionata e rigorosa, dove l’amore si rappresenta ma non si fa, o si muore. Come nelle Scarpette rosse all’interno di Scarpette rosse and so on. Muore?

Un evento progetto

Sono molto triste. Ma è tutto autoprodotto. E insomma, lamentarsi senza motivo è sempre top.

A Milano sostanzialmente ci sono eventi. Se penso a tutte le gnocche che c’erano a quell’aperitivo mi vien male. No così non si capisce. Io in realtà esco di casa solo per lavorare, mi è venuto il raffreddore e sono uno di quelli pacati che per un raffreddore issa una bandiera della croce rossa, dichiara una no fly zone, chiude l’intero stato del Montana (come in Arrival, ndb, che sta per nota di Bastax) e si chiude in casa e non esce mai più. Per cui non faccio niente, e se facessi qualcosa sarebbe qualcosa ma la farei da solo lo stesso. Però c’era quest’aperitivo dalle mille fighe a cui non mi sono sentito invitato e insomma, se in una città nuova vado avanti a non sentirmi invitato… toh, quasi quasi aspirino. Se vado avanti così continuerò così, e sarò triste. Però sono dentro al piano, perché il piano era che per tutto marzo mi sarei riposato e avrei letto e visto tutto quello che prima non riuscivo a vedere nonostante lo volessi vedere. A parte i porno, i porno son troppi. Che poi più son fighe più patisco, non mi fa per niente bene. Se non ce ne sono invece mi annoia ^^ io credo che potrei lamentarmi benissimo quale che fosse la situazione.

La settimana prossima c’è l’evento degli eventi, i milanesi per questo momento squirtano e frullano e fremono, c’è il Salone del Mobile, che non si sa perché qui interessa a tutti. A meno che tu non stia arredando una casa, che cazzo te ne frega del salone del mobile? Mò una cosa voglio sapè…. Però, e insieme, c’è il fuorisalone. Il fuorisalone non ho ancora capito cosa cazzo sia. Giuro l’ho chiesto a svariati milanesi (o residenti, che è uguale, perché la milanesità è una modalità di pensiero più che di provenienza) e tutti, ma tutti oh, mi han risposto:

Eh, sai ci sono gli eventi!

Ma che cosa minchia significa, che è??? Niente, inutile cercare di estirpargli di bocca qualcosa. I fottuti eventi. Del resto qui son tutti artsy, e clumsy, e poi anche patsy. Lavorativamente invece, a Milano, se non segui progetti non sei nessuno. Non serve una qualifica o un cedolino stipendio, serve seguire progetti. E io probabilmente non ci andrò al fuorisalone, me ne starò a casa solo a immaginare quanta fuorifiga con cui non parlerei c’è, e a cercare di capire se esistono altri programmi nella lavatrice oltre al num. 4.

Sai che più non ricordo a che punto fossimo rimasti? Ho trovato casa, mi ci sono trasferito riempiendo la opel corsa dei miei. Non ci stavo più io, ma ci è stato il monociclo.

Ho una cabina armadio di cui non mi faccio assolutamente nulla, forse mi hanno preso per Paris Hilton, e una stanza media, su un cortile che non è un cortile ma è così silenzioso. Di là invece c’è un viale tranquillo vicino a Baires, m’hanno detto che c’è chi dice Baires. Capite se dico Baires? Non capirei io. I coinquilini sono due, ne parleremo, ci sto prendendo le misure. E viceversa, devo sembrar ben strano – soprattutto perché non esco di stanza da una settimana se non per lav… già detto. Mi serve una cassettiera, non ho una cassettiera, voglio una cassettiera. Il resto sto a posto, pago 530 per una stanza semivuota ma è nella media dei prezzi che ho visto. La zona è proprio figa, ho il mondo ai piedi, una via metropolissima occidentale, mi ricorda quando stavo a Melbourne con la via principale e mille negozi in cui non sono mai entrato a distanza di uno spunto, e poi giro, 50 m e c’è casa mia dove non vola una paglia. Ho già litigato per citofono con una vicina, ma mi hanno detto che è matta (Sig.ra Malacchia, tante care cose), e il mattino dopo ci siamo trovati appeso alla porta un cartello con su scritto

ANDATE A VIVERE IN UN CAMPO NOMADI, LÌ NON CI SONO LE PORTE DELL’ASCENSORE DA CHIUDERE, IO SONO UNA CONDOMINA, VOI SIETE DEGLI INQUILINI INCIVILI

FIRMA.

Cioè bella storia, cioè minchia oh, che poi s’è firmata come se fosse mia zia che mi lascia un biglietto, ma chi cazzo sarai, boh.

Un mio collega mi ha invitato a giocare a basket, m’ha fatto un taglio all’occhio scenografico, più sanguinolento che altro; per un paio di giorni sembravo Capitan Harlock. Insomma, questa città mi fa male?
No dai. Sì dai. Che poi vediamo. É che prima ero in bassa, ora sono in alta e tossisco e vortico le gambe e son fuori giri, partivo per scrivere depresso. Delenda Carthago.

Ho un sacco di tempo. Mi alzo alle 8.30 del mattino ❤ e prendo il PASSANTE FERROVIARIO, che per ora è la cosa più della dell’intera città, e in 20 min sono a lavoro. Alla sera non arrivo mai a casa dopo le 19. Non ho ancora osato fare praticamente nulla; però ho mappato tutti i cinema della mia zona, e quelli più di nicchia e quelli più economici dell’intera città. Andare a correre è un problema, ma chissenefrega, tanto son raffreddato e non sto facendo nulla da mò, perché dovrei attraversare Baires e insomma, mi vergogno, e se poi dovessi farlo col monociclo? Per raggiungere un parco lì vicino. Che è piccolo cazzo, però tutto laccato, proprio diverso dal Valentino, che era sterminato e ogni tanto vedevi uscire da sotto le frasche basse di un maestoso albero una nigeriana col cliente. Ma c’è tempo, a marzo non bisogna far niente. Questa stagione è obbbbbbrobriosa.

Mi segno qui che la prossima volta vorrei parlarti: del mio compleanno (è ufficiale, non so più la mia età), della mia vacanza, del blog altrui di cinema, delle fighe? No dai questo me lo ricordo, cioè, ne avrò bisogno lo stesso senza ricordare. E intanto mi salasso l’affitto. Che odio l’altalena dell’umore 😀 😦 :O

locandina

Tra la terra e il cielo

Siamo credo a Varanasi, baby, anche se la coscienza mia della geografia dell’India è piuttosto ridotta – però una volta un amico di famiglia mi fece vedere le diapositive del suo viaggio. Poi è morto, ma le due cose difficilmente trovano correlazione. Sul Gange, dove, si sa, la morte la fa da padrone. Due storie. Nella prima Devi la da a un grullo qualunque. Lei è caruccia, lui orribile come spesso. La polizia li becca in un hotel mentre ficcano, ennò, ennonsipuò, lui si taglia le vene in bagno, la polizia, nella persona di un comandante che sembra un maiale, ricatta Devi e il padre, soldi in cambio di non far scoppiare lo scandalo. Il padre tutti lo chiamano maestro, è un ex bramino ma è un po’ ciula. Devi riesce a cavarsela da sola, e a partire per altrove. Tanto sempre rive del Gange sono. Due: Deepak è di una famiglia di gente che rigira i cadaveri nel fuoco prima di buttare le fiume nel ceneri. Viceversa. Ci sono enormi pire, in questo posto, tutta la notte e per sempre, tipo fuochi eterni, e cadaveri arrivano e arrivano, e loro coi bastoni toc toc toc, perché bisogna spaccare il cranio, colpendolo cinque volte, perché l’anima esca. Didascalico ma folcloristico. Intanto studia da ingegnere, è chiaramente proiettato verso l’avanzamento sociale. Ha amici simpa, conosce una su facebook. Che è carina, simpatica, entusiasta, intelligente, progressista (anche se di una casta più alta), ha quasi sempre ragione, ama la poesia e non spacca il cazzo. Insomma, troppa grazia – il che forse è un difetto, visto che sembra un harmony, finché… Infatti, muore in un incidente, e sarà lui a bruciare il catafero. OMG (quale che il god sia). Dove convergeranno le due storie? Ma sul Gange! Che rigenera, riparte, ritutto in continuazione. Intorno c’è l’India che è un posto assurdo, di ferro e fiamme e sudore e sari e musica bella. Ma di povertà e donne col cazzo che vi diamo dei diritti e così via. Intanto mi domandavo: ma come fanno a essere la democrazia più grande del mondo e a tenere tutta quella gente morta di fame? Un morto di fame non vota contro, non vota per cambiare, no? I giovani sono ovviamente più sgamati delle catene della tradizione in cui si trovano a lottare, in situazioni tra il tragico e il paradossale, con dietro cartoline del Gange (abbracciami ancoooooooraaaa) che scorre tranquillo, sporco e bellissimo, ci buttano dentro la qualsiasi, e tanto che je frega allui, e pire e fuochi, e morti e vivi che vogliono vivere e strada da fare ce n’è.

locandina1Kung Fu Panda

Allora, i bambini passi, son piccoli, ma voi due dovreste proprio stare zitte. E così andai a litigare con due madri da cartone animati al cinema la domenica pomeriggio, per far star zitti i pupi che non stavano zitti e del film non gliene fregava niente e avevano anche ragione perché eran troppo piccoli. Le madri si mutano. Ah scusi, credevamo fossi un bambino (dubito ci fosse il congiuntivo). Ma poi un bambino -_- sono un medioman, perché dovrei sembrare… vabbè. Po se la sciala diventando maestro dei maestri. Fabio Volo è più riconoscibile, o fastidioso, del solito. Giunge al villaggio un panda, che si scopre essere suo po-padre. Un bel popo’ di roba, partono per il villaggio dei panda (roba da bracconieri). Intanto c’è un cattivo redivivo, Kai, che era stato tra gli spiriti un’eternità e un Po’ spiritato infatti torna, per collezionare il chi (ki) di kiunkue. Comprese le due signore da domenica Po-meriggio. Po intanto scopre mille panda come lui, declinati in mille modi, la panda gnocca, il panda pollo, la panda 4×4, i panda young, e tutte le abitudini da panda (tranne il sesso eccessivo), e con l’aiuto del padre a-panda e del padre b-oca skonfigge Kai, praticamente morendo e ritornando. L’ho già sentita questa. Ritmo parecchio, non ci sono scivoli ma come se, differenti stili in rassegna scorrono alternando i ricordi, l’hic (dice l’oca) et nunc, lo di spiriti regno. E parecchi temi, filosoforiental-yinyang-equilibrio tutto e niente, e poi i due padri, alla faccia, ci manca che si sPosino ❤

Celafaccio celafaccio celafaccio. Ah no, ah sì

E va bene.

Uscita 9: via Melchiorre Gioia

Questa casa era, è ancora immagino, davanti al palazzo della Regione. Non quello della regione, l’altro della regione, non ho mica capito, quello su cui hanno scritto Expo in grosso e c’è rimasto. Il posto più grigio e smoggo della terra, ma a 10 min dall’ufficio. Arriva un tipo dall’aria un po’ cinghiala che si chiama R0cc0, dice. Dice che lui di mestiere fa video, e ha una casa di produzione con dei suoi amici. La casa, beh, ci sono 5 sacchetti dell’immondizia accanto all’ingresso. L’appartamento, tre stanze, si comporta di conseguenza, la stanza senza infamia o lode. Ma il cesso, signora mia, il cesso. Un cesso enorme, piastrellato a nuovo, con una ENORME vasca da bagno angolare O_O e glielo chiedo proprio: “A’Coso, ma perché avete sto cesso qui?”

Eh ce l’hanno appena rifatto, dice. E parte con un pippone sul fatto che visto che lavoro sull’internét potrei aiutarli a promuovere sui social media la loro casa di produzione che bù, bì e bà. Io eh insomma circa, ma poi, lavoro io? Però insomma beh ti faccio sapere.

Il giorno dopo: no grazie R, continuo a cercare, mitttico, w lo smog.

Uscita 10: somewhere dietro a Centrale

Il tipo non si presenta, nonostante gli avessi scritto come da accordi e telefonato, senza risposta. Io son stanco, manco ci volevo venire, questo tizio mi stava sul cazzo già al telefono. Gli do 7 minuti, 8 minu… no basta vado a prendere il treno, non posso arrivare a casa alle 23 già di lunedì. Due minuti dopo richiama, eh ma non ho sentito, eh ma potevi aspettare, eh ma facciamo domani.

Eh ma scollati cazzo, e lo fai pure di mestiere. Sìsì, tranquillo. Ti chiamo io.

Il giorno dopo: sìsì, col cazzo che ti richiamo.

Uscita 11: Lima

La zona sembra figa, il viale non è un vialone di quelli terribili coi filobus che fanno da sistema di circonvallazioni concentriche ma c’è del verde in mezzo. Vabbè, è tutto morto il verde, però il centro è pedonale. Una tizia mi mostra la stanza, che devo comprarle i mobili ma che il letto puppa, se lo porta via. Ah. Gli altri due coinquilini sembrano tranzolli, e uno lavora O_O dove lavoro io. Per cui io per la prima volta da tre anni posso spiegare cosa faccio a qualcuno che ogni mattina accende un computer e si trova davanti quello che faccio, lo può vedere. Satisfaction. Le grandi aziende sono tutte un aumma aumma. Ti faccio sapere ma mi sento positivo.

Il giorno dopo: oh, daje, per me è ok, mi metto nella lista degli interessati.

Oh, non sono sicuro, ma qui secondo me ci stava un’altra uscita in mezzo. Ma non me la ricordo più. Evidentemente, non ho preso questa/quella.

Uscita 12: Portello

Portello era relativamente comoda per il lavoro con la nuova metro color Milka ma non avevo idea di dove fosse. Tipo verso zona San Siro. Anche se forse, anzi assai probabilmente, la zona di Portello non esisteva prima della sera in cui ci sono andato, era tutto nuovo e lucido e metallico-cementizio di pacca. Stradoni, con persone che li percorrevano piccole piccole, al confronto con l’edilizia industriale dei dintorni. Arrivo a questo posto, ormai ho accumulato un ritardo mostruoso. Arriva un tizio patina, che mi accoglie nell’atrio di un palazzone sconfinato. Questo atrio contiene un centinaio, sul serio, di buche delle lettere, numerate. La casa è patinata pure lei, nuova pure lei. Il tipo dice che lui è di Parma, ci son due stanze e lui potendo scegliere ha pescato non quella con un matrimoniale e un armadio ma quella con due letti singoli e no armadio (wtf man, what’s wrong with u?). E non c’è internet.

Il giorno dopo: uiiiii, mitico. Grazie, fa niente, ho appena trovato. A Parma salutami Bello Figo.

Grecagrecagrecahah, è una greca composta da grecagrecagrecahaahah, noscusabastaok.

Peccato aver trovato da un lato perché avevo già prenotate due visite in zona Navigli che erano onestamente promettenti, ma qua è stata una guerra, e né io né le persone che ho incontrato si andava tanto per il sottile.

Al di là delle montagne

Tutti fanno esplodere cose nel niente. Sbalzi temporali. 1999, capodanno: Tao, una donna non proprio gnocca mais souriante ha due che gliela battono, lo spaccone Zhang, con laurea in giurisprudenza per posta (manco Paperoga) e proprietario di una stazione di servizio, yuppie, e Liangzi, che non ha una cippa ma l’è tant un brav fanciò, e fa il minatore. Chi sceglierà Tao? Ovviamente, e senza la minima esitazione, sceglie il pirla, Liangzi parte per altrove. Tao e Zhang producono un figlio (in Cina tutto si produce, nulla nasce, molto muore) e lo chiamano $. Cioè, Dollar. 2014: Liangzi torna con la sua famiglia triste, lui è triste, tumorato e povero, tutta la famiglia è triste. Chiede aiuto economico a Tao, che vive bene, di alimenti, Zhang l’ha piantata e sta a Pechino con una che ci immaginiamo gnocca e stupida, manco il figlio le ha lasciato. 2025: parte la fantascienza, Australia, tablet trasparenti. Zhang, prossimo alla rovina, ha cresciuto lì il figlio $, che non sa manco più il cinese, Zhang non sa l’inglese (poteva provare per corrispondenza), quindi i due comunicano col traduttore automatico. $ si innamora inverosimilmente della sua prof di cinese, che lo convince a tornare a cercare la madre abbandonata da piccolo. La Cina dell’interminabile balzo industriale è brutta e sporca, anche se non cattiva, con distese sconfinate di rifiuti o detriti o paesaggi di niente dove scorrono fiumi sporchi tra colline spogliate di tutto. L’individuo e la sua storia, come negli altri film stessoregista, è stritolato dall’ingranaggio del progresso. Lo è nel passato, paga pegno nel presente, passa il peso alle nuove generazioni nel futuro. Sia Tao che $ ne sono schiacciati (Zhang no perché è troppo stupido), chi perdendo le proprie radici, chi il proprio figlio. Non è troppo impervio vedere in Tao la Cina che sceglie che strada seguire, prendere quella dei soldi e del progresso, con le contraddizioni annesse. Devasto ambientale, ed emotivo. Forse un po’ troppo erano alla fine le paturnie dell’insegnante e le fregole di $, amante delle milf, sullo sfondo di luce e paesaggi aussie. Finale bomba che è l’inizio, di Tao che balla tra la neve e il fiume, e aspetta, e non sappiamo se $ mai arriverà o no, il ricordo e la vita che passa. Dal suo sorriso sembra, dopo tutto, sia felice lo stesso. Volevo quell’immagine per la cover di fb ma non la trovo, me sad.

Microbo e Gasolina

No ma comunque non credo pensasse alla Gasolina canzone eh. Provincia paese francese, Versailles ma senza reggia, cioè sarà lì ma chissene, Daniel è un pischello 14-y-o gracile e ragazzamorfo, sensibile, disegna, pensa alla morte, cose così. Padre assente e madre fulminata sulla via del politicamente stracorretto. In classe arriva Théo, armato di tuta e mocassini IMMOTIVABILI no Maria io esco. I genitori suoi invece sono disagio, lei depressa/malata e lui ubriacone antiquario. Les autres, i compagni, tutti tra lo stupido e il bullo a parte una oscillante di cui Daniel è innamorato, li soprannominano Microbo e Gasolina, il primo va da sé, il secondo perché aggiusta fa cose e puzza sempre di benza, e ha sempre gli stessi vestiti. Decidono di costruire, a partire dal motore di un tosaerba, una macchina, proprio da zero, che sia un po’ una casa, e di partire sul far dell’estate, stradine secondarie, per dove non so. Storia dunque di amicizia, formazione e per buona parte on the road. Credo tutti abbiano ringraziato Gondry per essere tornato alla (sua) normalità dopo il pisciafuoridalvasistico L’écume des jours. Lo sguardo dei suoi ragazzini è acuto e maturo a intermittenza, contrapposto a coetanei, piuttosto dumb, e soprattutto a genitori incapaci di badare a se stessi, figurati a loro. Ed è uno sguardo che, se da un lato puzza di sogni (e gasolina), dall’altro è oggettivo e materiale, forse non troppo realistico oggidì, perché i due se ne fregano del computer davanti a cui si vive tutti (tutti?), uno disegna e l’altro costruisce, e hanno un cellulare e la trama ideologicamente lo seppellisce insieme allo sterco all’inizio del viaggio. Non serve l’iphone, se hai da uno a più amici e una casa, con o senza ruote? Per cui passano da discorsi di storia a altri di cotte, raramente di ricotte, incontrano personaggi strani, Microbo finisce in un bordello cinese, un dentista depresso cerca di rapirli come in un horror, tornano indietro e saranno costretti a separarsi. Ma boh, le estati dei 14 anni, quando si ha l’immaginazione e IMHO anche senza, hanno una risonanza che resta viva e malinconica, à jamais. E poi tutti le ricordano, anche se il difficile è renderle interessanti per altri da sé, e ci fanno i film.

A fondo

Uscita 4: Piazza Angi lberto

Come stare a Porta Palazzo, ma io non lo sapevo. La fermata è Corvetto, ho capito che anche la gialla può andarmi bene (oltre alla verde, che sarebbe l’ideale). Nell’ascensore ci sono le scritte “latinos”. Entro, una tipa nana mi accoglie festosamente, dentro erano in 4 o 5 che mi aspettavano, mi fanno vedere la stanza, mi offrono pane, salame e vino, mentre uno che fa l’impiegato a foodora rolla una canna. Ce la si parla amabilmente, di cinema, cose, case, talmente tanto che perdo quasi tutti i treni. Quindi: zona pessima, coinquilini top.

Il giorno dopo: no grazie, siete chiaramente i best coinquilini evva ma cerco in altra zona, sigh, buona fortuna!

Uscita 5: vicino a piazzale Abbiate grasso

Un annuncio bellissimo, che diceva immerso nel verde e campo da basket sotto. Vado, arrivo in straanticipo, vedo che è uno stradone che porta fuori città, intanto la tipa mi rimbalza di un’altra mezz’ora. Finisco a mangiare una pizza dai marocchini però cristiani sul piazzale, con immagini strambe e caledoscopiche di cristi&marie alle pareti. Arrivo, entro dal cancello e cammino 5 minuti per raggiungere la palazzina. Perché è in mezzo ad altre 20 palazzine, tutte recintate insieme, in un enorme complesso residenziale dormitorio che è una specie di città nella città. E sì, immagino ci sia un campo da basket. Dentro ci sta questa tizia col nome slavo, mas cozza di come sembrava da profilo, che mostra la stanza e poi si collega su Skype con un’altra tipa che sta a Barcellona. Solite cose, simpatia, ci teniamo alla pulizia e bla.

Il giorno dopo: no grazie, siete state mitiche, buona fortuna!

Uscita 6: Lambrate

Arrivato a Lambrate mi perdo, una vecchia mi reindirizza. Il gps del mio cell fa spesso giacomogiacomo, per cui vado regolarmente nella direzione sbagliata. Piove, sono già in ritardo su tutto. Arrivo, c’è un signore bianco di testa e simpatico che arringa 5 o 6 ragazzi. In pratica era una visita di gruppo, con spiegazione totale nel cortiletto (con la pioggia) e poi dentro a due per volta. Ma è tardi, è tardi, è tardi, sticazzi me ne vado – ho l’appuntamento dopo. Intanto avevo visto da fuori le dimensioni della finestra, tipo quelle di un cuscino, quindi anche no. E poi Lambrate era bello una volta arrivati, ma per arrivarci una volta usciti dalla metro si attraversa il niente periferico di qualsiasi orriperiferia, anche proprio no. Finita così, Lambrate per me è out :/

Uscita 7: Porta Romana

Arrivo trafelato e in ritardo, c’è un tizio con barbone che manda via altre due e mostra a me. Zona splendida e top, la casa ha una stanzona sotto insieme a soggiorno/cucina tutto figo e nuovo. E sopra due mansarde, una piccola e l’altra media. Tutto lindo e nuovo. Gli dico che mi interessa la media e lo stanzone, ma costa troppo (650 senza spese :/). La finestra della media è un altro cuscino, ci si arriva da una scala ripida, c’è un bagno piccolo. Il tipo è simpa e mi racconta che gestisce una società di g uardie del corpo.

Il giorno dopo: ci ho ripensato, no grazie mitico, mi sfilo dalla lista dei disponibili anche per la media, buona fortuna!

Uscita 8: Viale Zara

Da questo viale vedo il mio ufficio, quindi anche vicino. Palazzo signorile, il viale è meno incasinato di quanto pensassi. Tappeti rossi all’ingresso, l’ingresso che ti immagini quando vai dall’avvocato. Arrivo e c’è T***. Minchia oh, T*** è un panzone dall’aria sciapa e simpatica, tutto in tuta, di quelli con la maglietta bianca che però ormai è gialla, capello bianco ma non vecchio. E la casa è… come lui :/ gialla, sporca, con 20 bottiglie vuote appoggiate per terra. C’è un tizio in un angolo che non mi degna di uno sguardo (è quello che se ne va). Muri sporchi, in cucina c’è puzza di gas. T*** mi dice che è casa sua (a occhio dei suoi), che affitta per arrotondare e che lui non fa niente, però sta aspettando che un amico apra un’e noteca per andare a lavorare lì. Mi chiede se la sua casa è sugli standard delle altre. Abilmente, oppure no, svio parlandogli di quanto odio le società di intermediazione e i treni.

Il giorno dopo: no grazie, sei stato mitico T***, buona fortuna!

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Sole alto

Ci sono, romeojuliettesche ma con serbi e croati, tre storie, 1991 2001 2011, da qualche parte in Jugoslavia. Gli attori, ma non i personaggi, sono sempre gli stessi: lei brutta ma fexy e popputa e proserpina (?), lui un mix tra Messi e Paul Dano. 1991: Jelena e Ivan si amano, tutto intorno sta montando l’odio e vogliono fuggire a Zagabria. Tsktsk. Quando han sparato piangevo quasi quanto lei, la tromba l’assurdo l’ammmore. 2001: Natascia torna nella sua casa con la madre dopo la guerra. La casa è peggio del gruviera degli elvezi, tutta un buco di proiettile, pezzi che cadono. A rimetterla a posto le aiuta Ante (Ante ripara quest’anta, no scusa). 2011: Luka torna al paesello insieme a un amico cinghiale e tamarro. Anche lui è bello inquartato, tutto intorno una festa con rave e droggggha varia. Ma lui manco da strafatto si scopa la tizia strafatta che cinghiale aveva rimorchiato al ciglio della strada, invece va a trovare Maria, che aveva messo incinta e abbandonato andando a studiare in da big siti. Sottili fili uniscono (le tombe, e il cane cazzo, il cane? Mi sa di sì) gli attori che si ripetono, sugli stessi luoghi o poco più in là. La camera segue i due ragazzi, sempre uguali e diversi e forme dell’amore a ventanni, o dell’avere ventanni, o dei ventanni, o come cacchio si era a ventanni, io mi sa che non c’ero, e lo fa soffermandosi sul quadro e il dettaglio, gli insetti e i cocci, sulla prospettiva inusuale e il pertugio, attraverso cui le emozioni succedono. Bella frase, significa niente. Sopraffatto come detto dal primo, sul finale ho intravisto il percorso, e susseguirsi ideale, così come la guerra, di amore vs odio, composizione del conflitto (ok tramite pompino ma sempre composizione è) insieme alla ricostruzione dalle macerie e infine, dopo la notte (–>sole!), perdOno.

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La memoria dell’acqua

Isolati da whatsoever, vivevano popoli indigeni, in Patagonia, che non avevano una parola per dire Dio, nomadi su canoe di isola in isola, e credevano nelle stelle e nell’acqua. Poi non capisco come facessero ma tutti nudi stavano, che a me vien male solo a vedere le foto, sai che freddo fa, in Patagonia. Va da sè che sono stati trrrrrucidati dai colonizzatori, di qualsiasi tipo essi fossero, eran migliaia e son rimasti in 20, e non veramente dei giovanotti, in fede mia. Perché l’acqua era (è!) la vita, ci dice il regista mentre oceani riflettono luci e piogge piovono a raffiche, e intervista poeti, artisti che spiegano una cartina del Cile, che è lungo lungo, tanto che va tenuto piegato, separato, accartocciato. Il migliore è un antropologo flippato che dice “se io posso essere acqua, allora anche tu puoi essere acqua, tutto il mondo può essere acqua!”. Di eccidio in eccidio, virata sui desaparecidos, come Jemmy Button (wikialo!) era stato comprato per un bottone di madreperla, così nell’oceano un bottone incastonato nella ruggine di un binario, un binario? Sì perché la dittatura del golpe 9/11 era così easy che metteva i cadaveri nei sacchi e li buttava a mare legati a un pezzo di binario da 30 kg. Si sa mai. La tesi perché è che tutto torni/parta/attraversi il mare, l’acqua, la Storia, il che d’un lato brillante non è, ma lo diventa con la prospettiva altra ed altera degli sguardi dei vecchi indigeni, la loro storia, che ripete e ritorna e scava nell’acqua. Dove tanto si trovatorna tutto no? E tutti.

Io che cerco di non morire

Ci sono io che cerco una stanza a Milano. Trovo che della cosa meriti di essere tenuto traccia perché STO MORENDO. Se non muoio entro la fine di questo mese, poi dormo per tutta la vita, parola.

Finora ne ho viste 8. Annunci e visite stanze devo farle dopo le 18.30, quando esco da lavoro. Quindi salto le cene, salto il dormire, salto tutto. Ma tutto eh. Non me ne è andata bene quasi nessuna, alché ora mi chiedo, ma sarò io che me la meno, che non ho voglia di scegliere, che voglio troppo? Comincio però ovviamente ad essermi fatto un’idea della geografia di Milano, sono stato in posti dove manco sarei dovuto andare, ho visto gente. Dicevo venerdì a un padrone di casa che, se non si dovesse lavorare nel frattempo, tutto questo bailamme sarebbe fin divertente. Oh, diciamo che parliamo di stanze singole a Milano, il posto probabilmente coi prezzi più gonfiati d’Italia insieme a Roma (e Venezia, ma è un altro tipo di città). Per cui in termini assoluti il fatto che toccherà spendere verosimilmente tra i 600 e i 650 al mese per una stanza è PAZZESCO O_O anche perché io ho lavorato per mesi a 400 euro al mese. In termini relativi eh, oh, sticazzi. Non ho ancora capito quali saranno i flussi su cui potrò contare, ma ho deciso di battermene il cazzo e proseguire come se nulla fosse. Alla peggio mi farò fuori quasi tutto lo stipendio così, ma sono talmente traboccante di pendolarismo che nonmenefregagnente, e non scordiamo che dormirò tutta la vita. Altro desiderio ora non ho.

Oh, ah, complimentati perché oggi il marocchino è riuscito a spaccare la chiave nella serratura – è più Paperoga di me, costui. NON è riuscito a tirarla fuori, sono riuscito poi io con una vecchia molla trovata in fondo a uno scatolone, con cui lui NON è riuscito. Insomma, a me le persone con meno senso pratico del mio impressionano un po’.

Bene. E ora te li, me li, racconto tutti. Perché sto morendo, ma mi sto proprio divertendo – fino a che non mi taglieranno la gola.

Uscita 1: viale Nazario Sauro

Viale Nazario Sauro sta sopra a dove lavoro (pensa per mappe), si attraversa a piedi tutta la zona Isola, che è il regno dell’ovatta e del silenzio. Poi si arriva in sto viale O_O il panico e la paura del traffico, pooootpoooot, la tenda dello smog. Vabbè, entro, cortile, casa di ringhiera. Dentro c’è un tipo che mi accoglie sgranocchiando un finocchio, la cosa più triste della terra (io pure sgranocchio spesso finocchi). È la mia cena, mi dice, non ce la faccio più. Nota: chi affitta casa riceve circa centinaia di richieste, e impazzisce, ne ho visti un sacco veramente vicini a farla finita. Stanza, e casa, e lui, il coinquilino, tranquilli, senza infamia e senza lode. Questo vuol stare sempre in cucina perché lui lavora da casa e in camera sua non c’è scrivania. Prima m’ero fatto un giro nella via sotto, c’è un mobilificio e ben 3 (wtf?) posti di traduzioni dall’arabo. Nient’altro, manco un kebabbaro. La tristezza.

Il giorno dopo: no grazie, sei stato mitico, buona fortuna!

Uscita 2: via del Verme

Questa è in Isola, ancora più vicino all’ufficio, quindi la zona dell’ovatta, ma è chiaramente di una società di intermediazione. Che non sono le agenzie, ma un’altra roba che si è buttata nel business assurdo che c’è sugli alloggi a Milano. In pratica propongono centinaia di stanze tutte identiche, appena pittate, coi mobili ikea e dove cambiano solo i colori del variopinto piumino. Ti fanno un flattone a 600-650 euro tutto compreso. Il tipo che esce deve trovare il prossimo che entra, e ha un profilo losco, vuoto. Chiedo a una mia amica di venire con me perché ho paura che mi uccidano. In realtà arriva la tipa del tipo losco, che è tranzollissima, ci porta dentro sta casa, corridoio e poi stanza stanza stanza stanza, di gente che non si conosce, e può arrivare chiunque. Una specie di albergo, ma che chiede una caparra di 3 mensilità (scusa se è poco, un capitale) che da internet dicono alcuni poi non si sa ben se ritorni. Comunque io, e non so se riuscirò, voglio essere scelto, e sti posti dove il primo che accetta entra anche no – oh, se proprio fossi alla frutta, con queste società una stanza si trova subito; basta uscire quei 1800 euro sull’unghia.

Il giorno dopo: no grazie, sei stato mitico, buona fortuna!

Uscita 3: Corso Garibaldi

Questo era pazzesco, al centro del mondo. Come stare in Via Roma a Torino. 15 min dall’ufficio, in casa un tipo napoletano tutto impettito e col gilet e la cravatta mi mostra una stanza ABNORMEMENTE grossa, a 610 euro. Impossibile dirgli di no. La mia amica, e io pure, tutto il tempo con gli occhi O_O Un ex soggiorno talmente grande che i mobili dalle foto credevo non ci fossero, ma c’erano e non si vedevano. Ci si potevano tenere dei corsi di yoga. Zero caparra, 45 giorni di disdetta. Uao. Poi altri soldi per la donna delle pulizie e taaaac. Gli ho detto di mettermi tra gli interessati, non l’ho mai più sentito. Peccato perché era splendida, per fortuna perché eran troppi soldi e lui era gentilissimo ma non so come ma mi stava sul cazzo :/

…purtroppo, continua. Non so per quanto O_O almeno altri 5 già visitate (e rimbalzate) le ho.

Da ora non tocco più terra fino a venerdì sera. Di appuntamenti nei prossimi giorni ne ho già boh, 5 o 6. La direzione sembra molto l’autodistruzione.

Whiplash

Macciao, mi diceva lo schermo appena buio di un cinema dove non entravo da un po’. Perché non c’è niente al cinema, e meno male retrospettivavano il mio più clamoroso buco di 2 barra 3 anni fa?
Andrew suda, ehm, studia, batteria in una scuola per jazzisti di un’anonima NY, cinema e pizza. Viene fatto salire di livello da un prof, Fletcher, una lucertola bombata di steroidi e vestita con magliette nere attillate da bodyguard di localacci (no ma elegante eh. Classy), il quale riesce a fare battute sessite prima di aprir bocca 3 volte. Tra l’altro. Perché non ci sono musiciste jazz donne in questo film? Ma è davvero così? Bisogna infilare il pene in un buco nel muro che in realtà è una serratura che apre il portone del meraviglioso mondo del jazz, per essere musicisti jazz? Per entrare in un mondo di band e musicisti dove la pietà è bandita, tutti si vogliono fare le scarpe e vieni sostituito appena ti si incrina un’unghia e se sbagli sparati e se non sbagli sparati lo stesso che è utile. Vabbè, basta, il film è qui, un susseguirsi di sdrummate, Fletchy che insulta tutti e provoca e sobilla e mette contro la gente per farli andare oltre il limite, ripetendo a pappagallo che Charlie Parker non sarebbe diventato Bird se Jo Jones non avesse cercato di decapitarlo tirandogli i piatti in testa. Quindi tutto diventa una prova fisica, non è solo musica ma tempo e sudore e sangue, che Andrew spande e spalma sulla batteria, ripreso da vicinovicino che hai paura ti schizzi. Rinunciando a una che di smollarla sarebbe stata lieta, sfanculando parte della famiglia, perché lui preferisce crepare presto ma esser ricordato. Che picio. E poi di nuovo, ulteriore spasmo finale identico a tutti i twist precedenti, e non dirmi che un cazzo di incidente in macchina quando vai a 100 all’ora in città è un colpo di scena. Un panda rosa che entra nell’inquadratura con una capriola e urlando WHOOOOOOOPI GOLDBERG è un colpo di scena. Anche di scema, mi sa. Comunque l’incidente è quel che ti meriti, asino. Quel che è interessante è il jazz, che portacelo al cinema e alle insipienti masse se riesci (mi includo), e poi la commistione di tanti generi americani, molto anni ‘80 a dire il vero, piuttosto virtuosamente declinati al servizio del genere musicale. I film di Stallone, oltre il limite è Over the top, un palese istruttore Hartman di Full Metal Jacket. I concorsi, i giovani che lottano e vengono sconfitti e risorgono, la guerra fra titani protagonista/antagonista, ma alla fine i giovani vincono, perché loro hanno talento e forza di volontà, ohssì, e qui anche se non esplicitamente a suo modo ce la si fa.
Ce la siamo sudata.

Truman

C’è sto tizio spagnolo e calvo, Tomas, che parte dal Canadà e va a Madrid. A trovare Julian, suo amico di sempre, che vive solo con il cane Truman. No non la so la razza, maniaci. L’è’n can. O muore, piuttosto, perché ha un cancro – sempre ai film allegri finisco, giuro prossima volta mi guardo il panda – al cervello, glom, e insomma basta, ha combattuto tanto e non ne ha più voglia. Useless. Sta ancora quasi apparentemente bene, e con Julian si accingono a fare cose, risolvere situazioni. Prima di tutto che fare di Truman? Si tratta di uno di famiglia, affidarlo a una coppia di lesbochic con figli adottati? E la bara, e l’accompagnamento funerale per il musicale? Insieme proseguono, tappa dopo tappa, i giorni pieni di riflessioni e pensiero e momenti buffi, che scaturiscono da un vivo che si occupa della sua morte come ci si occuperebbe di un trasloco. Sì ok. Vanno ad Amsterdam dal figlio viziato, che studia lì e vive su una barca (“da giovani, si dorme-scopa-fuma e si ascolta musica tutto il giorno”, dice. Ah ma cazzo davvero? O_O). Nico (le fils) sta lì con una franco-cozza (francozza?) pazzesca, che sei ad Amsterdam perdiana e… bom. In generale il tocco è lieve, non c’è pietismo ma piuttosto il dolore della perdita che ognuno deve elaborare in anticipo, e conviverci; Julian è un fuckin guitto con gli occhi magnetici e la battuta iperbella e iperpronta sempre, che incarna la vita (e la morte) di ognuno come può. Tomas il contraltare, più riflessivo, e l’amicizia tra i due è una storia bella reciproco di riconoscimento, a fondo, e accettazione, di difetti e scelte dell’altro. Se vuoi morire, e me lo dici così, ok, muori. Quel che siamo stati e quel che siamo vale. E te lo tengo io sto cazzo di cane!